“L’unicamente amata – la Madre di Dio – in piedi, accanto alla Croce, non piange, non si lamenta. Francesco d’Assisi nella sua sofferenza, fu sollevato dalle stimmate. La Vergine non ebbe nulla di simile. La Scrittura è sobria, non riferisce una sola parola della Madre addolorata.

Nel raccontarci la morte di Socrate, Platone ha la stessa stringatezza; eppure il Fedone ci parla di singhiozzi. Dalle figlie di Gerusalemme arriva una cantilena lamentosa. Da Colei che fu trafitta dalla spada del dolore più puro, nulla. La Madre e il Figlio, sulla vetta del Calvario, sono uniti dall’obbedienza assoluta alla volontà del Padre. La stessa obbedienza li unisce nell’ora della Resurrezione. Ma senza parole. Giacché c’è un amore senza parole, come ci sono parole senza amore. Questa Madre, risorta, nel Figlio risorto, non ci ha lasciato in eredità alcuna parola. A sentirle, le sue parole non proferite, potrebbe essere soltanto la santità, o, più modestamente, la poesia”.

“… Ogni più lieto

Giorno di nostra età primo s’invola.

Sottentra il morbo, e la vecchiezza, e l’ombra

Della gelida morte …” (Giacomo Leopardi, “Ultimo Canto di Saffo”).

“Dopo l’Ascensione, l’unicamente amata era come morta-vivente. Il resto dei suoi giorni, simili a quelli che seguono la morte d’uno sposo caduto in guerra, assomigliava alla durata d’un rinvio, concesso in soprappiù e che apparteneva di pieno diritto ad altri. La Vergine abitava con Giovanni, immobile, e mentre gli Undici viaggiavano e missionavano, sollecitamente li proteggeva. Sopravviveva per la Chiesa. Di questa era l’immagine anticipata”.

Dall’orazione del poeta e scrittore Antonio Corsaro, nato a Camporotondo Etneo (Catania) il 5 novembre 1909.

Ph. Crocefissione, affresco del Perugino, Chiesa Santa Maria Maddalena de’ Pazzi, Firenze. In copertina, un dettaglio.