Federica Madau aveva solo 32 anni.
Al culmine di una lite, viene ferita mortalmente dal marito davanti ai suoi figli. Mentre lei muore ad Iglesias, l’Italia viene condannata dalla Corte europea dei diritti umani per non aver agito con sufficiente rapidità nel proteggere una donna e suo figlio dagli atti di violenza domestica perpetrati dal marito. Violenze che hanno poi portato all’assassinio del ragazzo e al tentato omicidio della moglie. I fatti si riferiscono a quanto avvenuto in provincia di Udine, cinque anni fa, quando Andrei Talpis, attualmente in prigione con una condanna all’ergastolo, uccise il figlio diciannovenne Ion e tentò anche di uccidere la moglie Elisaveta.

Alla Corte europea dei diritti umani si era rivolta proprio la sopravvissuta Elisaveta denunciando le autorità italiane per non averle accordato una protezione adeguata, nonostante le sue ripetute richieste d’aiuto. La donna, infatti, si era rivolta alla polizia per le violenze subite dal marito alcolista ed era anche stata accolta da un’associazione che aiuta le donne maltrattate. Il suo caso però, in un primo tempo, era stato archiviato.

I giudici di Strasburgo, hanno stabilito che “non agendo prontamente in seguito a una denuncia di violenza domestica fatta dalla donna, le autorità italiane hanno privato la denuncia di qualsiasi effetto creando una situazione di impunità che ha contribuito al ripetersi di atti di violenza, che in fine hanno condotto al tentato omicidio della ricorrente e alla morte di suo figlio”.

La Corte ha condannato l’Italia per la violazione dell’articolo 2 (diritto alla vita), 3 (divieto di trattamenti inumani e degradanti) e 14 (divieto di discriminazione) della convenzione europea dei diritti umani. I giudici hanno inoltre riconosciuto alla ricorrente 30mila euro per danni morali e 10 mila per le spese legali.

Si tratta della prima condanna dell’Italia da parte della Cedu per un reato relativo al fenomeno della violenza domestica.