Pesach: comincia il 15 del mese ebraico di Nissàn, nella stagione nella quale, in terra d’Israele, maturano i primi cereali; segna quindi l’inizio del raccolto dei principali prodotti agricoli. è anche nota col nome Hag hamatzot, festa delle azzime.

In ricordo del fatto che quando furono liberati dalla schiavitù gli Ebrei lasciarono l’Egitto tanto in fretta da non avere il tempo di far lievitare il pane, per tutta la durata della ricorrenza è assolutamente vietato cibarsi di qualsiasi alimento lievitato o anche solo di possederlo. Si deve invece far uso di matzà, il pane azzimo, un pane non lievitato e scondito, che è anche un simbolo della durezza della schiavitù.

I giorni precedenti la festa di Pesach sono dedicati a una scrupolosa e radicale pulizia di ogni più riposto angolo della casa per eliminare anche i piccoli residui di sostanze lievitate. Usanza mutuata anche dalla lingua italiana nella quale ricorre spesso l’espressione “pulizie di Pasqua” – sinonimo anche delle “pulizie di primavera”.
Pesach è, nell’ebraismo, la festa della liberazione, ma è anche la festa degli interrogativi.
È una festa in sé, che celebra e commemora la libertà ottenuta, ma è anche un momento essenziale di formazione per la coscienza ebraica. Il popolo si libera dal giogo della schiavitù per costituirsi in nazione, ma l’esperienza della schiavitù gli ha anche insegnato a riconoscere il significato dell’asservimento e il valore della libertà. Gli ebrei hanno imparato, una volta per tutte, che cosa significhi essere stranieri, un’esperienza che diventerà, d’ora in poi, un cardine del pensiero ebraico: ‘E non opprimerai lo straniero, perché voi sapete cosa prova lo straniero, essendo stati stranieri in terra di Egitto’ (Esodo 23:9). Essere estranei all’altro, isolati, rifiutati, privi di appartenenza e di stabilità.
Schiavitù e libertà sono due esperienze alla radice della storia ebraica e diventano fondamenti della coscienza ebraica, ribaditi con continuità dalla cerimonia del kiddush, in cui lo Shabbat stesso è dichiarato ‘ricordo dell’uscita dall’Egitto’ – ‘zecher litziat mitzraym’. Perché lo Shabbat è esso stesso liberazione dagli impegni della settimana e momento essenziale della formazione della coscienza ebraica. (Altri potrebbe aggiungere che la liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù è avvenuta perché il popolo potesse rispettare lo Shabbat).
Nascono da queste considerazioni alcuni interrogativi che valgono per tutta la nostra esistenza. Innanzitutto, chi si debba considerare straniero; chi si abbia noi il dovere di ‘non opprimere’. Ma anche interrogativi che riguardano il nostro stesso possibile ritorno alla schiavitù, schiavitù a idee che non sono in sintonia con la nostra identità, idee a cui ci adeguiamo come a idoli, senza mettere in pratica lo spirito critico che dall’ebraismo avremmo dovuto imparare. In interrogativi come questi Pesach continua a significare e a rafforzare il suo valore”, commenta Dario Calimani, dell’Università Ca’ Foscari Venezia.