Uno studio pubblicato da “Nature” spiega come dovrà cambiare il nostro sistema alimentare per nutrire la popolazione mondiale in crescita: occorre intervenire su tutta la catena alimentare.

Nutrire 10 miliardi di persone (il numero della popolazione mondiale stimato per il 2050) senza oltrepassare i limiti ambientali del Pianeta non è impossibile. Secondo un recente studio “Options for keeping the food system within environmental limits”, pubblicato dalla rivista scientifica Nature, possiamo realmente soddisfare la domanda di cibo delle future generazioni rimanendo nei limiti della sostenibilità, a condizione però di cambiare radicalmente il nostro sistema alimentare.

Lo studio, condotto dalla EAT-Lancet Commission, è il primo a mettere in relazione in concetto di sistema alimentare e limiti planetari; definendo le strategie di adattamento che dovremo intraprendere per non compromettere la capacità della Terra di rigenerare le sue risorse.

Attualmente, sostiene lo studio, la produzione del cibo costituisce una delle principali determinanti del cambiamento climatico. “Il nostro sistema alimentare”, sostiene il Dottor Marco Springmann, autore dello studio in un intervista alla EAT foundation “emette circa un quarto di tutte le emissioni di gas serra, consuma circa il 70% delle risorse di acqua dolce e occupa il 40% della superficie terrestre. Peraltro la maggior parte dell’azoto e del fosforo che sta minacciando la vita negli oceani proviene dai fertilizzanti”.

Se non intervenissimo, sostiene lo studio, l’aumento della popolazione, accompagnata dalla crescete domanda di alimenti d’origine animale, aumenterebbe l’impatto ambientale del sistema alimentare globale di circa il 50-90%. Per rimanere nei limiti planetari è quindi necessario, secondo gli scienziati, intervenire in tre macroaree, rispettivamente:
• la riduzione degli sprechi alimentari;

• il miglioramento e l’innovazione dei sistemi di produzione agricola;

• l’adozione di regimi alimentari più salutari e sostenibili.

Attualmente circa un terzo del cibo che viene prodotto a livello globale viene sprecato. Dimezzare tale perdita porterebbe, secondo la ricerca, a ridurre gli impatti ambientali fino a un sesto. Migliorare le pratiche agricole e renderle più efficienti e sostenibili è un’altra area di intervento fondamentale.
Ad esempio” dice Springmann “aumentare i raccolti agricoli dalle terre coltivate esistenti, bilanciare l’applicazione e il riciclo dei fertilizzanti e migliorare la gestione delle risorse idriche consentirebbe, insieme ad altre misure, di ridurre gli impatti ambientali di circa la metà“.
La sfida, sostiene il ricercatore dell’Oxford Martin Programme, sarà far sì che il processo di cambiamento coinvolga non solo Paesi sviluppati, che possiedono le moderne tecnologie agricole, ma anche i Paesi meno sviluppati, per i quali sarà necessario rafforzare la cooperazione internazionale.
Infine, sostiene la ricerca, è necessario un cambiamento verso diete più sane e vegetariane. “Spesso”, nota Springmann, “le linee guida dietetiche nazionali non sono in linea con le prove scientifiche circa l’alimentazione sana che dovremmo seguire e l’impatto ambientale delle nostre scelte alimentari”. Vi sono tuttavia segnali incoraggianti, come il fatto che molti giovani nelle grandi città stanno adottando regimi alimentari prevalentemente vegetariani.

Conclude lo studio che nessuna delle misure suggerite può essere considerata singolarmente sufficiente a risolvere il problema; occorre invece intervenire lungo tutta la catena alimentare, dalla produzione fino al consumo, mentre è necessario l’impegno di tutti; policy-makers, imprese, terzo settore e singoli individui.(fonte F.sca Cucchiara per ASviS.it)