A Ragusa oggi un interessante incontro promosso dal Soprintendente dei BB.CC.AA. arch. Calogero Rizzuto, con due ospiti d’eccezione: Serge Latouche e don Rosario Lo Bello,  e la conduzione di Saro Distefano.

Serge Latouche, filosofo ed economista francese, nonché professore emerito in Scienze Economiche presso l’Università di Parigi Sud, da molti anni sostiene che la mentalità dominante dell’accumulo di ricchezza e di massimizzazione del profitto non è più sostenibile per i danni che ha arrecato al pianeta e alla qualità della vita. Nel suo saggio La decrescita come condizione di una società conviviale (in Oltre lo sviluppo, le prospettive dell’antropologia, a cura di Roberto Malighetti, Meltemi, 2005), illustra la necessità di favorire un’economia della decrescita e ne sintetizza i vantaggi in una facile formula in “otto R”.

Le società contemporanee si basano su un sistema orientato alla massimizzazione della crescita economica, ovvero su un sistema produttivo in cui la crescita è un obbiettivo di primaria importanza. Un’economia di questo tipo non è però sostenibile in quanto porta, da un lato, a consumare le risorse per natura limitate che il pianeta offre e dall’altro peggiora la qualità della vita. Gli indicatori economici che misurano la crescita, come ad esempio il Prodotto Interno Lordo (PIL), non considerano i costi della produzione in termini di inquinamento della biosfera, o in termini delle spese dovute a malattie come lo stress o l’ansia che gravano sui sistemi di sanità nazionali. Latouche non propone per questo di tornare drasticamente all’età della pietra. Piuttosto, propone la costruzione di nuove mentalità e nuove società conviviali, econome e autonome radicate nella mentalità di a-crescita dei consumi e de-crescita della produzione. “In prima approssimazione possiamo concepire una politica della decrescita che si pone l’obbiettivo di rovesciare la “forbice” tra la produzione del benessere e il PIL. Si tratta di scindere o sconnettere il miglioramento della situazione dei singoli dall’aumento statistico della produzione materiale, ovvero far decrescere il “bene-avere” statistico per aumentare il bene-essere vissuto”. La creazione di questa società del bene-essere avviene, secondo Latouche, attraverso otto azioni interdipendenti: rivalutare, riconcettualizzare, rilocalizzare, ristrutturare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare. Seguendo questo ragionamento dunque, il primo passo è la rivalutazione dei valori insiti nelle società e procedere alla sostituzione di quelli non necessari, per esempio far sì che l’altruismo prevalga sull’egoismo oppure che lo svago e l’ethos ludico dominino l’ossessione per il lavoro. Da qui si passa alla riconcettualizzazione, ovvero si propone una nuova definizione dei concetti economici centrali come la ricchezza e la povertà. Grazie a questo cambio teorico è possibile passare ad una ristrutturazione degli strumenti di produzione e dei rapporti sociali che ne conseguono. Il sistema di produzione potrà allora essere, da un lato, rilocalizzato: da globale potrà tornare ad essere locale, con una sensibile riduzione del costo ambientale che il trasporto delle merci e delle persone comporta. Dall’altro, questo sistema permetterà una più equa redistribuzione della ricchezza e delle risorse, e di conseguenza a una riduzione della produzione (quindi delle ore di lavoro) che sarà sufficiente a soddisfare i bisogni della società. Nel nuovo sistema produttivo inoltre sarà più facile riutilizzare e riciclare i prodotti, con un sensibile riduzione dei costi ambientali in termini di volume di rifiuti che oggi invece di essere smaltiti finiscono per accumularsi nei mari e negli oceani.Il cambiamento teorizzato da Latouche è quindi lento, graduale e collaborativo, inizia dalla quotidianità del singolo per estendersi poi a tutta la società. L’economia della decrescita si combina perfettamente con l’accontentarsi di ciò che si ha, limitare i propri bisogni per migliorare la qualità della vita ma soprattutto per essere felici insieme agli altri.(fonte http://larivistaculturale.com).

Don Rosario Lo Bello, sacerdote in Siracusa, cui Papa Francesco ha scritto una lettera lunghissima trattandosi dello scritto a mano di un Pontefice. Una quindicina di righe che sono la sua chiosa alla vita spirituale nella sua chiesa di San Paolo. Papa Francesco dà anche indicazioni molto chiare al giovane prelato siracusano, giovane ma già uomo di chiesa di altissimo livello spirituale, colto quanto umile. Lo dimostra la sua attività spirituale, ma lo dimostrano ancora di più i riconoscimenti che ha ricevuto e non solo nel suo mondo. 

 
Per saperne di più sulla Decrescita Felice:

La decrescita non è soltanto una critica ragionata e ragionevole alle assurdità di un’economia fondata sulla crescita della produzione di merci, ma si caratterizza come un’alternativa radicale al suo sistema di valori. Nasce in ambito economico, lo stesso ambito in cui è stata arbitrariamente caricata di una connotazione positiva la parola crescita, ma travalica subito in ambito filosofico. È una rivoluzione culturale che non accetta la riduzione della qualità alla quantità, ma fa prevalere le valutazioni qualitative sulle misurazioni quantitative. Non ritiene, per esempio, che la crescita della produzione di cibo che si butta, della benzina che si spreca nelle code automobilistiche, del consumo di medicine, comporti una crescita del benessere perché fanno crescere il prodotto interno lordo, ma li considera segnali di malessere, fattori di peggioramento della qualità della vita.

La decrescita non è la riduzione quantitativa del prodotto interno lordo. Non è la recessione. E non si identifica nemmeno con la riduzione volontaria dei consumi per ragioni etiche, con la rinuncia, perché la rinuncia implica una valutazione positiva di ciò a cui si rinuncia. La decrescita è il rifiuto razionale di ciò che non serve. Non dice: «ne faccio a meno perché è giusto così». Dice: «non so cosa farmene e non voglio spendere una parte della mia vita a lavorare per guadagnare il denaro necessario a comprarlo». La decrescita non si realizza sostituendo semplicemente il segno più col segno meno davanti all’indicatore che valuta il fare umano in termini quantitativi.

La decrescita si propone di ridurre il consumo delle merci che non soddisfano nessun bisogno (per esempio: gli sprechi di energia in edifici mal coibentati), ma non il consumo dei beni che si possono avere soltanto sotto forma di merci perché richiedono una tecnologia complessa (per esempio: la risonanza magnetica, il computer, ma anche un paio di scarpe), i quali però dovrebbero essere acquistati il più localmente possibile. Si propone di ridurre il consumo delle merci che si possono sostituire con beni autoprodotti ogni qual volta ciò comporti un miglioramento qualitativo e una riduzione dell’inquinamento, del consumo di risorse, dei rifiuti e dei costi (per esempio: il pane fatto in casa). Il suo obbiettivo non è il meno, ma il meno quando è meglio. In un sistema economico finalizzato al più anche quando è peggio, la decrescita costituisce l’elemento fondante di un cambiamento di paradigma culturale, di un diverso sistema di valori, di una diversa concezione del mondo. È una rivoluzione dolce finalizzata a sviluppare le innovazioni tecnologiche che diminuiscono il consumo di energia e risorse, l’inquinamento e le quantità di rifiuti per unità di prodotto; a instaurare rapporti umani che privilegino la collaborazione sulla competizione; a definire un sistema di valori in cui le relazioni affettive prevalgono sul possesso di cose; a promuovere una politica che valorizzi i beni comuni e la partecipazione delle persone alla gestione della cosa pubblica. Se per ogni unità di prodotto diminuisce il consumo di risorse e di energia, se si riducono i rifiuti e si riutilizzano i materiali contenuti negli oggetti dismessi, il prodotto interno lordo diminuisce e il ben-essere migliora. Se la collaborazione prevale sulla competizione, se gli individui sono inseriti in reti di solidarietà, diminuisce la necessità di acquistare servizi alla persona e diminuisce il prodotto interno lordo, ma il ben-essere delle persone migliora. Se si riduce la durata del tempo giornaliero che si spende nella produzione di merci, aumenta il tempo che si può dedicare alle relazioni umane, all’autoproduzione di beni, alle attività creative: il prodotto interno lordo diminuisce e il ben-essere migliora.