“Sembrano foglie, ma sono rami; sembrano piume, ma sono spine; la corona, inavvicinabile a mani nude, custodisce gemme colorate e dolci”.

Per sciogliere l’indovinello basta un solo nome, per pianta e frutto: fico d’india.
Avvinghiato a costoni di roccia o a poca distanza dal mare, in filari ordinati per delimitare i terreni o come grovigli strabordanti lungo le strade, il fico d’india appartiene alla scenografia siciliana più tradizionale e lascia nelle immagini della memoria i colori, gli odori ed i suoni delle assolate giornate estive.

I colori e le forme aggrovigliate, che Guttuso ha più volte immortalato, raccontano di una pianta in perennemente lotta con quanto la circonda e con se stessa.
Colorato o sbiancato dai parassiti, con frutti o rinsecchito ai limiti della sopravvivenza, il “cactus” come spesse volte Guttuso lo identifica , porta a guardare oltre: le terre ingiallite, il mare, il cielo.
Nei Malavoglia, Verga gli fa fare capolino nei battibecchi paesani: “Li chiamate vigna quei quattro fichidindia?”; ei pettegolezzi delle comari “…le portava in regalo i fichidindia rubati a massaro Filippo l’ortolano, e se li mangiavano insieme nella vigna, sotto il mandorlo”.

Diviene strumento di descrizione “..quel pezzo di giovanotto aveva il difetto di esser piantato come un pilastro su quei piedacci che sembravano pale di ficodindia” e, all’inizio del terzo capitolo, è il colpo di bacchetta che introduce il sentore di una tragedia imminente : “…una brutta domenica di settembre, di quel settembre traditore che vi lascia andare un colpo di mare fra capo e collo, come una schioppettata fra i fichidindia”.

Questa pianta, di così facile attecchimento nelle terre mediterranee, mostra nel nome un’origine ben più lontana, l’ opuntia ficus indica è una succulenta proveniente del Messico, sacra per gli Aztechi che costruirono la capitale là dove un’aquila, così vuole la leggenda, si fermò su di un cactus.

Non a caso gli stessi simboli li ritroviamo nella bandiera messicana.
Arriva in Europa grazie a Cristoforo Colombo o, secondo altri, a Cortės e si diffonde rapidamente in tutto il bacino del Mediterraneo. Attecchisce sia in zone semi aride del nord Africa, ma si adatta anche al di sopra dei 5000 metri come avviene sulle Ande. In Italia è presente, oltre che in Sicilia, anche in Calabria, Puglia, Basilicata e Sardegna.
Sicuramente una pianta “forte”, tant’è che la Regione Toscana, considerandola una specie vegetale particolarmente invasiva per il proprio patrimonio naturalistico-ambientale, ne vieta per legge l’utilizzo per “opere di riforestazione, rinverdimento e consolidamento”. (L.R. 19 marzo 2015, n. 30).

Di segno opposto la tendenza nel meridione che, da alcuni anni a questa parte, ha visto la diffusione della coltivazione del fico d’india con conseguente commercializzazione in tutto il territorio nazionale e all’estero dei magnifici frutti.
In Sicilia le zone interessate da questa produzione sono quattro: San Cono e Paternò (CT), Santa Margherita Belice (AG) e Roccapalumba (PA).

Le fioriture primaverili danno vita alla produzione estiva (agosto), ma la produzione di maggior pregio è quella annuale; i bastardoni o scozzolati, frutti di maggiore pezzatura, derivano da una ben precisa tecnica colturale: la scozzolatura che consiste nell’asportazione, fra maggio e giugno, dei frutti che la pianta ha iniziato a produrre così da portarla ad una produzione tardiva che trarrà giovamento dalle piogge del cambio di stagione.

Una leggenda fa derivare questa pratica da cattivi rapporti di vicinato che sfociarono nello “sfregio” dei frutti della pianta del rivale. Ma, grazie alle piogge, ciò portò ad avere una produzione ben più grande di quella ridimensionata dall’arsura estiva.

Ecco i frutti, delizia di occhi e palato: sulfarina, sanguigna, muscaredda, secondo la classificazione siciliana o in base al colore della polpa: gialli, rossi o bianchi.
Dal frutto si producono marmellate, il liquore, la mostarda. Prevale decisamente l’utilizzo nelle preparazioni dolci; molto più raro, ma non meno prelibato è l’utilizzo in abbinamento con il salato, da cui nascono piatti come lo “scampo e i sui coralli in salsa di fichi d’india” dello Chef “stellato” Ciccio Sultano e la “vucciria” del popolare Chef Natale Giunta.
Dai cladodi, le cosiddette pale, viene estratto il succo, utilizzato nelle diete dimagranti per la sensazione di sazietà che produce e per la riduzione dell’assimilazione di grassi e carboidrati.
Anche le bucce, adeguatamente trattate, impanate e fritte vengono servite nelle versioni dolci, con zucchero a velo, salate o in agrodolce.

Che altro aggiungere? Forse che ci sono impianti di produzione di biogas alimentati dagli scarti della coltivazione (frutti, cladodi e bucce), ma questa “storia” si svolge in Cile. In Sicilia questa preziosa biomassa, tra l’altro prodotta con pochissima acqua, non viene presa in considerazione.
“Semu ricchi e nuddu u sapi”.