Ricorre oggi il settantesimo anniversario dell’eccidio, avvenuto davanti la Prefettura di Messina, in cui persero la vita tre lavoratori caduti sotto i colpi sparati dalle forze dell’ordine durante una manifestazione pacifica che vide quel giorno una straordinaria partecipazione di popolo scesi in piazza per protestare contro il caro vita e il mancato aumento salariale.

Anche quest’anno, come avviene ormai da moltissimi anni, la Cgil di Messina e una delegazione della Camera del Lavoro Metropolitana commemorano la memoria di queste vittime perite settant’anni fa con la deposizione di una corona di fiori deposta sulla lapide eretta nel 1987 in piazza Unità d’Italia a ricordo di questo tragico evento.

Era il 7 marzo del 1947, una data che non può e non deve assolutamente essere dimenticata per non vanificare il sacrificio di questi tre lavoratori che chiedevano soltanto i loro diritti, una vicenda che molti purtroppo nemmeno conoscono, ma che avvenne in un momento storico importante, la guerra era terminata da pochi anni, fu infatti il primo episodio dell’Italia post-bellica che vide protagonisti i lavoratori e le forze dell’ordine di Messina in un contesto carico di forti tensioni sociali.

Quel giorno, lavoratori e sindacalisti, davanti alla Prefettura di Messina, si erano radunati per protestare contro l’applicazione delle nuove imposte di consumo a carico dei generi di prima necessità e per la mancata osservanza del contratto nazionale che stabiliva un aumento del 15% ai lavoratori dell’industria. In quegli anni Messina, città martire e medaglia d’oro, si stava lentamente risollevando dalle macerie della guerra. La Camera del Lavoro ed i comunisti messinesi che vantavano nella loro tradizione uomini del valore di Francesco Lo Sardo e Umberto Fiore, si stavano pian piano riorganizzando e, quella mattina erano riusciti a indire un’imponente manifestazione di protesta.

Una manifestazione che vide l’adesione compatta del settore metallurgico, meccanico, edile e chimico, i disoccupati del settore cantieristico e circa 3.000 impiegati del Genio Civile che nei giorni precedenti avevano avuto degli scontri con la celere durante alcuni scioperi.

Quel giorno la città mostrava un volto inusuale: negozi chiusi e poche persone per le strade. Soltanto da Via S.Cecilia, si udiva provenire un rumore sempre crescente.

E’ lì infatti che si erano dati appuntamento i lavoratori che dalle otto del mattino continuavano ad affluire verso il Viale S.Martino e poi, sempre più numerosi, verso l’altra grande arteria cittadina, la via Garibaldi.

Alle 11.00, 50.000 lavoratori avevano invaso con le loro bandiere rosse la Piazza della Prefettura. Nel frattempo una delegazione di sindacalisti, cercava di farsi ricevere dal Prefetto, che , peraltro si era dichiarato indisponibile a qualsiasi incontro.

Quando da uno dei balconi s’affacciò il vice-prefetto Castrogiovanni, i dimostranti, secondo quanto riferisce la stampa, iniziarono una fitta sassaiola, e da quel momento in poi gli eventi precipitarono drammaticamente.

A fomentare le agitazioni vi erano, come ricorda il giornalista Sergio Palumbo della Gazzetta del Sud, gruppi di provocatori monarchico-fascista e alcuni agenti infiltrati. Nessuno riusciva più a riportare la calma.

I lavoratori, esasperati, si muovevano come un flusso nervoso di marea.

Di fronte a loro, nel panico più totale, le forze dell’ordine avevano perso completamente il controllo della situazione. Fu a questo punto che un capitano dei carabinieri diede l’ordine di aprire il fuoco sui manifestati al grido di “Avanti Savoia“.

In terra rimasero feriti a morte, il commerciante di calzature Giuseppe Maiorana di 41 anni, ed il manovale Biagio Pellegrino di 34 anni, padre di 4 figli. Entrambi militanti del PCI.

Tra i feriti più gravi vi fu anche l’operaio Giuseppe Lo Vecchio di 19 anni, che morirà dopo dieci giorni di agonia. Lo scontro registrò infine una trentina di feriti tra i manifestanti e le forze dell’ordine, tra cui diversi carabinieri, uno dei quali riuscì a sfuggire ad un tentativo di linciaggio. Il notiziario di Messina dell’8 marzo 1947, presentò la vicenda con poco risalto, mentre a livello nazionale i fatti ebbero ampia risonanza. Lunedì 10 marzo, fu il giorno dei funerali.

In Piazza Cairoli, cuore della città, 80.000 messinesi aspettarono in silenzio il passaggio dei feretri di Giuseppe Maiorana e Biagio Pellegrino, mentre Giuseppe Lo Vecchio era agonizzante in una corsia dell’ospedale Regina Margherita. Le bare sfilarono avvolte dal tricolore e dalle bandiere rosse. Su quella di Biagio Pellegrino qualcuno depose il pezzetto di pane che gli era stato trovato in tasca il giorno dell’eccidio.

Dopo la commossa commemorazione popolare, si aprì il capitolo giudiziario, che fu lungo e doloroso.

Il processo venne celebrato nel 1954 e l’avvocato Cappuccio, una delle bandiere più fulgide della sinistra messinese, assunse la difesa di parte civile delle famiglie dei dimostranti uccisi. Dopo 7 anni di istruttoria, la procura di Messina chiese il rinvio a giudizio dei carabinieri ritenuti responsabili dell’eccidio.

Tutto il processo si svolse in un clima teso, dopo che il ministro degli interni Mario Scelba rifiutò di fornire all’autorità giudiziaria gli atti dell’inchiesta svolta dall’ispettore Mormile.

” I giudici, scrive l’avvocato Cappuccio, in quell’occasione dimostrarono tutta la loro incondizionata acquiescenza al potere”. Ci fu addirittura un arresto in aula, richiesto dal pm Rocco Scisca, e ordinato dal presidente della corte Carlo Sgrò, ai danni di un operaio accusato di oltraggio ad un commissario, per avergli dato del bugiardo. Il processo andò avanti tra reticenze, cavilli legali e testimoni non creduti. Fu presto chiaro che in quell’aula tutto si sarebbe fatto fuorché stabilire la verità e dare giustizia ai parenti delle vittime.

La conclusione fu ovviamente di assoluzione dei carabinieri e dei poliziotti per non aver commesso il fatto.

La morte di Giuseppe Maiorana, Biagio Pellegrino e Giuseppe Lo Vecchio restò pertanto un “fatto accidentale”.

Macchia sanguinosa della città, che una lapide posta soltanto nel 1987 senza inaugurazione, la ricorda.

Un ricordo che deve essere coltivato e possibilmente tramandato di generazione in generazione, non dimentichiamoci che molti dei nostri diritti sono nati grazie al sacrificio di questi martiri, persone che per i propri ideali hanno perso la vita, è quindi doveroso che tutto ciò possa ancora significare qualcosa in tempi duri come quelli che si vivono oggi e dove, a distanza di settant’anni da quella tragedia, vi siano diverse analogie tra il passato e il presente in una città, Messina, che vive ancora oggi in un’area di povertà e di precarietà sociale ed economica.

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(NdR): Stupisce, ma non tanto, l’assenza del Sindaco Renato Accorinti. Un sindaco che non ricorda la storia della sua città, la storia del movimento operaio messinese, la storia delle lotte e del sangue degli “ultimi”.