Da un lato le dominazioni, dall’altro una cultura sbagliata fatta di leggende, miti e modi di dire che hanno contribuito a demonizzare una cultura troppe volte, storicamente parlando, soggetta a damnatio memoriae. Della storia della comunità ebraica a Messina ne ha parlato la prof.ssa Linda Iachipino, insegnante di Lettere e Storia all’Istituto Basile-La Farina, che ha organizzato un convegno dal titolo “Storia degli Ebrei a Messina” che si è svolto oggi presso il Museo del Novecento di Messina.

La storia della cultura ebraica è costellata di una costante e ripetuta opera di persecuzione e damnatio memoriae. Fin dal 70 D.C., con la prima diaspora ordinata da Tito (all’epoca dell’imperatore Vespasiano suo padre), fino ad arrivare al 1492, con la seconda grande diaspora, ordinata dai cattolicissimi Ferdinando II d’Aragona e da sua moglie la regina Isabella di Castiglia che li espulsero dall’isola. Da allora, una vera e propria comunità ebraica (giudecca) non si formò mai più a Messina.

Varie furono le ragioni dell’odio antisemita e tutte contornate di un’aura leggendaria. Parecchie furono anche le personalità di spicco (Felice Bisazza, Santa Eustochia Calafato) che li disprezzarono nelle loro opere. Da sempre abili banchieri, luminari di medicina e provetti artigiani, ma bistratti e ghettizzati, confinati nelle giudecche della città, costretti dalle ingiuste leggi del regno a portare i segni di riconoscimento tipici quali la barba lunga e incolta, la rotella rossa con cui venivano contrassegnati gli abiti e le botteghe. Il divieto di unione tra cristiani ed ebrei era tassativo, con pene sanzionatorie in caso di “mescolanza”. Particolari manifestazioni di odio e violenza indiscriminata erano costretti a patire durante la settimana santa, quando i predicatori francescani e dominicani recitavano per le strade la Passione di Cristo: all’ordine del giorno erano quindi episodi di violenza e odio indiscriminati.
Per niente scarsa l’iconografia antisemita che ci è pervenuta: famoso era infatti nel Medioevo il tema della dormitio Virginis, che ritrae la Madonna sdraiata sul letto di morte con un Cristo che regge tra le braccia la sua anima santa. In queste iconografie era prassi rappresentare anche un giudeo, solitamente nella parte bassa del dipinto, che cerca di far cadere la Madonna dal letto, immediatamente punito da Michele, l’angelo combattente per eccellenza, nell’atto di tagliargli le mani. Anche la Vara, il tradizionale carro votivo, fu per qualche tempo antisemita poiché nella parte inferiore vi era rappresentata proprio questa scena.

Solo nel 1965 con il Concilio Vaticano Secondo la Chiesa ha chiesto perdono a tutte le religioni perseguitate.

Al convegno hanno partecipato la prof.ssa Linda Iachipino, Angelo Caristi, direttore del museo, il maestro Francesco Allegra al piano ed il soprano Giulia Oliva.