È un sabato come tanti altri da quando vivo a Torino, anzi no, è il sabato della tanto attesa finale di Champions League.

Francesca Giannetto

Francesca Giannetto

Non sono una tifosa bianconera, ma seguo il calcio ed una finale di Coppa Campioni è un evento da seguire. In città si respira già da qualche giorno un’atmosfera particolare.
Piazza S. Carlo è già gremita nel primo pomeriggio, credo che qualcuno abbia pure dormito lì la notte precedente pur di garantirsi un posto in prima fila.
La maggior parte dei tifosi presenti, vengono da tutte le parti d’Italia.
Quando la raggiungo insieme ai miei cugini facciamo fatica a trovare uno spazio libero.

Inizia la partita e tutto procede tranquillamente con cori da stadio, qualche fumogeno, molte canne e troppa birra (al filtraggio per accedere alla piazza la polizia vietava l’ingresso delle bottiglie di vetro, peccato che gli ambulanti vendessero solo quelle!).
Il primo tempo finisce in parità 1-1, non so se fosse meritato, in quanto io il maxi schermo non riesco a vederlo.
Si riprende, il Real passa in vantaggio ben due volte.
È il 3-1 che allontana ogni speranza di vittoria. La piazza è ammutolita, qualcuno vicino a me piange. Penso che sia inutile piangere per una partita di calcio, per una coppa persa, che nella vita c’è di peggio.

All’improvviso sento uno strano rumore, non ho il tempo di realizzare perché vedo il terrore dipinto sul volto di mio cugino e mi ritrovo a terra travolta dalla gente che cerca disperatamente di scappare.

Ho pensato che la mia fine fosse arrivata, che da lì non sarei mai potuta uscire viva. Ho cercato principalmente di proteggermi la testa.
Tra tanti, un ragazzo mi porge la mano per tirarmi su.

Sento mio cugino disperato perché aveva perso di vista sia me che sua sorella.
Insieme la tiriamo su e ci spingiamo insieme a tutti gli altri sotto i portici. È qui, secondo me, che abbiamo rischiato di più. La gente continua ad accalcarsi e se non riesci a rimanere su, rischi di rimanere schiacciata. Infine la corsa disperata verso via Roma.

Scappiamo senza sapere da chi o cosa.
Abbiamo soltanto voglia di tornare sani e salvi a casa.
Lo scenario che si apre ai nostri occhi non lo dimenticherò mai. Sangue, vetri, scarpe, sciarpe, borse abbandonate sono dappertutto. È come se da quelle strade fosse passato un tornado seminando solo distruzione.

Mi ritrovo, pur non volendo, protagonista di quelle scene che, fino a qualche settimana fa, avevo visto in tv e che sembravano tanto lontane da me, dal mio mondo.

Dopo tanto scappare, arriviamo in piazza Castello qui si radunano le prime ambulanze e le forze dell’ordine.

I feriti sono tantissimi.
Le prime informazioni su cosa sia successo sono contrastanti, di sicuro non si è trattato di un attentato terroristico.
Torniamo a casa alle 5 del mattino, perché anche noi abbiamo deciso di farci visitare in pronto soccorso.
È il 4 giugno, il giorno del mio 35° compleanno, un compleanno che difficilmente potrò dimenticare.

°°°°°

Grazie alla nostra collaboratrice, Francesca Giannetto, involontaria testimone a Torino