ALLA CONQUISTA DELLA LIBERTA’ NELLA CITTA’ DELLO STRETTO

Messina, col 1° settembre 1847, aveva segnata la data memorabile dell’inizio della grande rivoluzione siciliana.

Il 12 gennaio del 1848, giorno in cui, precisa Giuseppe Quatriglio nell’opera “Mille anni in Sicilia”, Ferdinando II avrebbe compiuto trentotto anni, Palermo insorse fiera e terribile e, dopo accaniti combattimenti, cacciava dalla città le soldatesche borboniche costituendo un governo provvisorio.

29 GENNAIO 1848: MESSINA INSORGE 01 Giunse a Messina il bollettino del 17 del comitato palermitano, in cui si avvertiva la Sicilia della formazione di un comitato generale, presieduto dal patriota Ruggero Settimo, suddiviso in sezioni. Il comitato segreto messinese, scrive Salvatore Calleri in “Messina moderna”, così rispose: “[…] Messina attende lo avviso da Palermo. Se deve perire, morrà; ma con le armi alla mano e con il voto dell’indipendenza nel cuore […]”.

Esprimendo il proprio disappunto per il fatto di non avere, fino a quel momento, ricevuto alcuna comunicazione affermò che Messina non si sarebbe mossa prima di ricevere istruzioni da Palermo. Fra le altre cose, riporta Giacomo Crescenti nelle “Istorie messinesi”, recava informazioni sulle condizioni della città: “[…] Sappiate che la guarnigione napoletana ha fanti, cavalli ed artiglieria di campagna, ed è ora forte di 4000 uomini, divisi fra la Cittadella e i castelli di S. Salvatore e porta Realbasso armati di 300 cannoni […] 500 soldati custodiscono il palazzo della città, nel quale si è ritirato l’Intendente. Le condizioni topografiche di Messina vi sono note: ma Messina desidera, come al tempo del Vespro, gareggiare con Palermo solo in virtù.

29 GENNAIO 1848: MESSINA INSORGE 02 Se per la causa comune vuolsi il suo sacrificio, essa è pronta a compirlo, e si getterà arditamente nella voragine […] Dite una parola e sarà fatto il volere vostro […]”. Queste parole, sottolinea Matilde Oddo Bonafede nel “Sommario della storia di Messina”, il senso di esse, la chiarezza della condizione, avuta considerazione dei precedenti tra Palermo e Messina, significano davvero la gloria di un popolo generoso da non trovare riscontro in altre storie dell’antico eroismo.

Intanto, appena la rivolta di Palermo fu nota a Napoli, le principali cure del governo si rivolsero ad assicurarsi di Messina, giustamente considerata come la chiave dell’isola. Una prova di forza, sciocca e provocatoria nel contempo come la definisce il Calleri, precedette l’insurrezione messinese del ’48: il 25 gennaio il generale Nunziante per sgomentare il popolo e sedare l’agitazione destata dal racconto dei fatti di Palermo, faceva schierare sulla via Ferdinanda (oggi via Garibaldi) tutta la fanteria e l’artiglieria reale, come per una giornata campale. Muta e immobile la cittadinanza assisteva alla rassegna quando, ad un tratto, ecco l’abate Perciabosco pronunciare le seguenti parole ispirate a scherno: “Generale, è questa dunque tutta la vostra truppa? In questo caso v’avverto che non ce ne toccherà nemmeno un quarto per ognuno!”.

29 GENNAIO 1848: MESSINA INSORGE 03 Fu il segno di uno scontro, anche se questo lì per lì venne evitato dal comandante borbonico che diede ordine alla formazione di ritirarsi nella Cittadella. “[…] Il popolo” – scrive lo storico La Farina – “stette da principio silenzioso e calmo, ma avendo uno dei più animosi fatta udire una voce di minaccia e di scherno, mille altre voci le fecero eco con tal fremito d’ira, che Nunziante, impaurito e confuso per quella inattesa esplosione dell’indignazione pubblica, ordinò la ritirata, la quale si compì con fretta e disordine, tra i fischi e gli urli del popolo, tanto da somigliar molto a una fuga […]”. Da quel momento ogni autorità di funzionari governativi in Messina restò nulla.

In base agli accordi presi la sera del 27 in casa dell’avv. Pisano, la mattina del 28 gennaio, nelle sale del Casino della Borsa, si riunirono trecento cittadini fra i più raguardevoli per nobiltà, ricchezza e patriottismo, per costituire un comitato di pubblica sicurezza e di guerra. La folla, ammassata sotto le balconate del Casino, applaudiva. Si pronunziarono discorsi patriottici vibranti, dopo di che si giunse alla costituzione di un comitato presieduto, riferisce Salvino Greco nelle “Storie messinesi”, dall’avv. Gaetano Pisano e composto dall’avv. Giovanni Fronte, da Tommaso Landi, Francesco Ottaviani, Gaetano Ruggeri, Pietro Bertolami. Si stabilì di preparare un manifesto di guerra per il popolo e di indire, per la serata, una riunione di patrioti. Il pomeriggio del 28, con appositi messaggeri, si richiamarono i contadini dei villaggi intorno a Messina e dei paesi più vicini della provincia.

Il giorno appresso, scrive Giacomo Crescenti, venne pubblicato il seguente proclama: “All’armi ai Messinesi. Ecco il giorno da voi tanto sospirato! Siete ormai tutti armati e organizzati! Messina che dié prima il segno della insurrezione, finisce in questo giorno la grande Rivoluzione Siciliana, trionfante per opera dell’immortale Palermo. All’armi dunque! Messina deve raccogliere ancora un’altra parte di gloria. Pronti alla difesa, pronti al fuoco, se una mano di capi pazzi e venduti, un armento di ciechi soldati, che son trascinati come vittime al macello, tenteranno di turbare la gloria cittadina del trionfo Siciliano. Cittadini cristiani! Non offendete senza essere offesi, non ferite se non siete provocati. Ai miseri che si arrendono, aprite le vostre braccia.

29 GENNAIO 1848: MESSINA INSORGE 04 I prigionieri siano rispettati e custoditi. Vincete, ma ricordate che lo spargere sangue inutile è un delitto. Tutti gli armati si tengano sempre ubbidienti ai rispettivi capi. Questi comunicheranno loro gli ordini del Comitato Generale, eletto già fin da ieri dal popolo e composto dei più onesti cittadini d’ogni classe. Senza subordinazione non v’è ordine, né senz’ordine quell’unità in cui sta la forza. Messinesi! Voi non avete a combattere che gente poca e già vinta. Confidate in quel Dio che sperde come polvere gli eserciti degli oppressori, confidate nella nostra Madre della Lettera, che ha sempre dato vittoria ai Messinesi, sopra la vile turba gregaria, su Nazioni possenti. Viva la Madonna della Lettera! Viva la Sicilia! Alla Vittoria! Alla Vittoria!”.

Sul monte dei Cappuccini, sul piano di S. Gregorio, nei borghi Boccetta, Portalegni e Zaera si radunarono intanto gli armati. Erano muniti di schioppi, tromboni arrugginiti, stocchi, lance e perfino di due vecchi cannoni maneggiati da Antonio Lanzetta, Tino Alessi e da una donna eroina: Rosa Donato. Guidavano questo gruppo Giuseppe Onofrio, Tommaso Landi, Francesco Munafò, Giuseppe Caminiti, Francesco Crimi, Angelo Staiti. Dopo mezzogiorno le squadre, radunatesi in piazza dei Crociferi, di fronte alla compagnia di soldati che nel palazzo senatoriale custodiva il Banco di Sicilia, furono passate in rassegna da Domenico Piraino. Il Landi chiese alle truppe regie di arrendersi ma ottenne risposta negativa. L’abate Filippo Bartolomeo, con un discorso vibrante e focoso, ricordò ai cittadini che la loro era una causa santa e valeva la pena di sacrificarsi per essa. Al termine fece eco un grido formidabile: “O vincere, o morire!”; si corse quindi all’attacco. Le truppe regie, soprese dall’impeto inaspettato, fuggendo dalla Porta di mare, ripiegarono nella Cittadella. Contemporaneamente fuggirono pure le autorità borboniche disperdendosi e la città rimase abbandonata a se stessa.

29 GENNAIO 1848: MESSINA INSORGE 05 Prese il comando il comitato, che fino a quel momento era rimasto segreto. Ne facevano parte Domenico Piraino, Giuseppe Aspa, Gaetano Pisano, Pietro Belardinelli, Onofrio Giuliano, Pasquale Losurdo, Domenico Amodio, Francesco Ottaviani, Giuseppe Cacopardo e altri. Ripresesi dallo sbigottimento le truppe regie tentarono una sortita. In quell’epoca il circuito militare abbracciava la spianata di Terranova e si allargava fino all’attuale viale S. Martino. Le forze borboniche, ordinate in due colonne, procedettero lungo la via D. Giovanni d’Austria (oggi Primo Settembre) e nella contrada Pillizzari. Dato l’annunzio, i patrioti messinesi si disposero allo scontro. Si sparava da entrambe le parti; nella loro ritirata le truppe regie giunsero alla contrada dei Pillizzari; qui si svolse un feroce combattimento corpo a corpo. Indicibile il delirio della folla; né a diminuirlo, valse il bombardamento con cui il generale Fergola sfogò il suo livore; i cittadini, infatti, accoglievano con grida di scherno le bombe e i razzi incendiari.
Si concluse, così, questa prima giornata dell’eroico ’48 messinese.