Bolero Trip tic nasce dalla creatività delle coreografe Giorgia Nardin, Chiara Frigo e Francesca Pennini, che hanno costruito tre racconti su musiche di Debussy e Ravel; una narrazione coreutica che il Balletto di Roma ha portato in scena al Teatro Vittorio Emanuele.

Il primo episodio, l’Après-midi d’un Faune (Resilienza), ha un prologo particolare: in assenza di musica, a luci ancora accese, il fauno (Francesco Saverio Cavaliere) si aggira sulla scena, guarda la platea, gli spettatori che si vanno sistemando, percorre il palco lentamente, poi accenna movenze sinuose, si allunga e contorce. Ha conquistato l’attenzione e distribuito smarrimento a chi concatena l’attacco musicale con il movimento danzante. Invece, la musica è l’ultimo elemento ad entrare in scena, persino dopo gli altri interpreti che si propongono cantilenando e scandendo con le mani il ritmo.

L’intento di destabilizzare è pienamente riuscito e catapulta, stavolta complice la musica, nel pulsare sensuale che coinvolge il fauno e gli altri interpreti. Lo sviluppo circolare dei movimenti del corpo di ballo, segue il tragitto orario di un “orologio” temporale che scandisce l’evoluzione delle passioni, degli incontri e delle fughe, che si ripetono sino al calare del sole.

Stormy, il secondo lavoro, è costruito da Chiara Frigo sulla Suite Bergamasque di Debussy, con le elaborazioni sonore di Mauro Casappa e tratta il tema della migrazione. Uno stormo umano si muove verso mete ignote, ora compatto ora disgregato. Più dell’aspirazione simbolica verso la realizzazione dei propri voli esistenziali, è narrata la fuga da un labirinto, da un carceriere – il Minotauro – che guarda con vile piacere l’affannoso duello contro gli ostacoli. Una lotta per la sopravvivenza che non ha speranza di libertà, bensì è irretita dalla vana ripetizione di un percorso sempre uguale, dal moltiplicarsi degli sforzi di un conflitto tempestoso contro una forza, forse, invincibile.

L’ultima coreografia, creata da Francesca Pennini, si muove sulle famose cadenze del Bolero di Ravel.
La “tribù dei capi flessi sugli smartphone”, si muove come un esercito di zombie; morti viventi, inglobati in una socialità omologata e carceraria. Siamo arrivati dall’animale sociale alla bestia social, un aggregato umano, che si muove ottuso e compatto nel piccolo ambito delle idee condivise

Lo spazio lasciato al singolo è rappresentato dal movimento faticoso di emersione di ogni ballerino dalla “testuggine” ondeggiante del gruppo. Così si conquista l’attimo di visibilità, immediatamente fagocitato dall’annullamento social.

Al vertice opposto del palco, un danzatore (Paolo Barbonaglia), in perfetta solitudine, riempie lo spazio del suo movimento, che sprigiona forza e traduce in danza l’energia della musica, sempre più martellante del Bolero. Le due realtà, inevitabilmente, si incontrano e la vitalità esplosiva del danzatore solitario è destinata ad essere inglobata nel gruppo e trasformata nel movimento di massa, che implode le energie scattandosi selfie.

Lo spettacolo, che si articola in tre tempi, scorre senza pause di attenzione grazie alla bravura del corpo di ballo, in piena confidenza con lo spazio del Vittorio Emanuele e alle tre coreografie, che offrono un connubio riuscito tra pensiero e danza.