Durante la mattinata di giorno 22 si è tenuta la proiezione nella sala “Melograno” (proiezione riservata alle detenute).

Oggi invece presso l’Auditorium del MAXXI alle ore 15 si è svolta l’anteprima del documentario “Prove di libertà. Roma, quelli dell’Articolo 21”,  regia di Carlo Bolzoni e Guglielmo Del Signore, due giovani registi di Caltanisetta.

La proiezione è stata preceduta da “Parole in semilibertà”, regia di Francesca Tricarico, con il monologo teatrale di Daniela Savu, una ex detenuta, attrice della compagnia “Le donne del muro alto”.

E’ stato molto emozionante sentire le parole di passione e amore verso il teatro, come elemento che ha permesso alla ex carcerata di risentirsi libera e viva.

Sono stati presenti tra le figure istituzionali del festival: Laura Delli Colli, che ha espresso l’importanza ed il valore di questo evento all’interno della manifestazione, un valore aggiunto, in cui il cinema diventa tramite tra le sbarre e la libertà fuori.
In sala inoltre l’assessore Daniele Frongia e la garante delle persone prive di libertà di Roma, Gabriella Stramaccioni, che hanno sostenuto il progetto con il Dipartimento di amministrazione penitenziaria.

Protagonisti assoluti presenti durante la proiezione, i detenuti, che hanno partecipato come attori al progetto. Grazie all’articolo 21 che permette loro un regime di semilibertà hanno potuto vivere questa esperienza di vita.

L’atmosfera in sala è stata molto rilassata e tranquilla nonostante la presenza delle guardie penitenziarie, che ovviamente per chi non è abituato può risultare strano, i detenuti hanno mostrato grande partecipazione e rispetto per il lavoro svolto e soprattutto hanno creato un ambiente leggero e divertente con le loro batture e risate rivedendosi nel documentario.
Toccante è stato notare l’abbraccio di molti loro con la famiglia e figli presenti.
Ciò che viene fuori da questo evento è come la libertà sia un bene prezioso che va oltre le sbarre ed un carcere. La libertà di sentirsi vivi e utili è ciò che dà vera forza e senso alla vita di ogni essere umano. Il progetto del documentario insieme all’idea di impiegare i detenuti nella pulizia del verde pubblico della città ha ridato animo e fiducia ai detenuti.
Nel cortometraggio i ragazzi esprimono l’importanza del lavoro, di questo progetto, parlano di Roma, dei suoi problemi ma anche trattano le loro vite e storie. Viene fuori il bisogno di rinascere e di ritrovare se stessi anche dentro il carcere. Dalle celle ai parchi di Roma, dalla monotonia dell’istituto penitenziario alla riconnessione con la realtà, dalla rassegnazione alla fiducia. Per molti di loro è stata la prima esperienza di lavoro, per altri un mestiere da giocarsi una volta liberi, per altri un contatto diretto con la natura mai avuto prima. Il messaggio forte che tutti i protagonisti sembrano lanciare è quello di una detenzione in cui si possa recuperare e “rinascere” attraverso il lavoro e progetti. Diventare persone migliori tramite l’apprendimento e l’impiego in attività utili.

Abbiamo incontrato i registi del film ed in una breve intervista possiamo capire meglio come si siano approcciati a questo lavoro.

E’ il primo documentario che fate?
No, abbiamo già realizzato un documentario di carattere sociale sui contadini rumeni girato in Romania.

Come avete realizzato questo secondo cortometraggio, con chi avete collaborato?
Tramite la garante dei detenuti Gabriella Stramaccioni, siamo venuti a conoscenza di questa iniziativa e siamo riusciti a farne parte.

Da chi è stato finanziato?
Siamo stati aiutati da un’Associazione ed altri piccoli finanziamenti.

C’è stata una collaborazione con altri enti?
Si, sicuramente è stata importante la collaborazione con il Comune di Roma e il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria che ci hanno facilitato in tutto, accessibilità al carcere e permessi.

E’ stato facile realizzare il progetto?
Sicuramente la sinergia con tutti i coinvolti ci ha aiutato in ogni passo del progetto.

Parliamo del lavoro con i detenuti, è stato facile rapportarsi con loro e loro con voi, sono stati partecipativi, avete avuto problemi con alcuni che non volevano parlare e proporsi?
Con alcuni è stato più facile, con altri inizialmente il rapporto che si è instaurato è stato più complicato e difficile; nel senso che hanno avuto bisogno di avere fiducia e credere in questa cosa, c’è voluto del tempo per aprirsi. Altri ancora non hanno lasciato la liberatoria e non sono stati ripresi ma è stata la minoranza, la maggior parte ha partecipato. Anche per noi non è stato semplice all’inizio, è stato un approccio forte per entrambi le parti.

In quanto tempo avete girato?
5 mesi ma in maniera frammentaria.

I ragazzi ancora lavorano?
Ancora lavorano, è un progetto che avanti, hanno avuto bisogna di metabolizzare l’iniziativa e capire il lavoro.

In base a cosa sono stati scelti i detenuti?
Tramite buona condotta, articolo 21 e curriculum carcerario impeccabile.
La libertà di essere se stessi anche dietro le sbarre. Il lavoro rende l’uomo capace di migliorarsi.