Ai Weiwei, classe 1957, è da tempo conosciuto nel settore dell’arte, della multimedialità e per il suo impegno come attivista per i diritti umani. Nel 2017 il direttore artistico della Mostra Interinazione d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia, Alberto Barbera, lo ha chiamato in Concorso per presentare il suo primo film come regista, “Human Flow”. Si tratta di un documentario che mette a fuoco i processi migratori che coinvolgono il pianeta in tante sue regioni, mettendo in evidenza tutta la carica problematica del tema. Obiettivo è raccontare e divulgare l’affanno e le difficoltà incontrate da milioni di persone in viaggio lontano da casa, per sfuggire a carestie, guerre, conseguenze violente dei cambiamenti climatici. È il desiderio di allargare lo sguardo oltre il problema della tenuta delle frontiere e delle politiche di integrazione. Ai Weiwei si occupa infatti dell’emergenza umanitaria.
Occorre pertanto rimarcare in primo luogo il valore dell’opera per l’impegno civile, mettendosi dalla parte dell’emergenza globale dei migranti e andando oltre le logiche del pregiudizio e dei numeri sull’accoglienza. Il film richiama l’attenzione dell’opinione pubblica tutta sulle storie e sui volti degli esuli: persone in fuga dai propri Paesi di origine perché senza più speranza e in cerca di nuova speranza, di un luogo di accoglienza dove ricominciare e ricostruire, tema di fatto centrale nei nostri giorni, sui tavoli della istituzioni politiche ma anche religiose e culturali.
Dal punto di vista stilistico-narrativo, “Human Flow” è un documentario che parte con grande ambizione, proprio perché realizzato da un videoartista. Ai Weiwei ha voluto dirigere un film su tematiche molto attuali e stringenti, mettendo insieme una produzione di grande caratura e andando a girare in più di 20 Paesi. La durata di 140 minuti non giova però nell’economia generale dell’opera. Ottime di certo le intenzioni, socialmente rilevanti, anche se il film rischia di perde un po’ di fluidità. Tuttavia, si tratta di un’opera importante e coraggiosa, che va valutata come consigliabile, problematica e adatta per dibattiti.
Valutazione pastorale della Commissione Film CEI
È stato calcolato che oltre 60 milioni di persone nel mondo hanno lasciato le proprie case perché costrette da cambiamenti climatici, carestie e guerre. Si tratta, come si capisce, di un progressivo cambiamento di cause e di conseguenti motivazioni. Forse certi fenomeni metereologici arrivano in forme gravi e difficilmente contrastabili; forse le carestie sono il risultato di una errata e folle distribuzione delle risorse alimentari. Di certo le molte, troppe guerre in corso nel nostro Pianeta derivano da una follia generalizzata e dal demenziale comportamento di persone cui è messo in mano il potere di decidere del destino di altri. Dentro questi ambiti è cominciato il viaggio, durato un anno, di Ai Weiwei. L’artista e performer multimediale ha girato in 23 Paesi e ha dato voce alle sofferenze e alle privazioni di popoli talvolta lontani e differenti tra loro. Accomunati da dolori, da bisogni crescenti, dalla prospettiva di un futuro quanto mai incerto. Bisogna dire che il regista fotografa con nitore e partecipazione una realtà di agghiacciante efficacia. Detto questo, va aggiunto che i 140′ producono un film lento e non sempre lucido, talvolta inutilmente didascalico. Resta l’opportunità di affrontare l’argomento e di gridarlo il più possibile a tutti. Dal punto di vista pastorale, il film è da valutare come consigliabile, problematico e adatto per dibattiti.