L’importanza dell’opera dei pupi secondo la famiglia siracusana dei Vaccaro-Mauceri

“Pupi, marionette, burattini, ombre e oggetti. Il teatro di figura, ovvero le messinscene realizzate con l’ausilio della manipolazione di un teatrante, affascina con le sue molteplicità espressive e consente di dare uno spaccato dell’inventiva dell’uomo che, di secolo in secolo, cavalcando le mode e il tempo, ha arricchito il mondo con sogni e illusioni. La manualità primitiva dell’uomo intrecciava rami e foglie per creare figure antropomorfe atte a rappresentare se stesso o le divinità a cui egli affidava il proprio destino.

Passano le ere, iniziano le grandi e antiche civiltà e il tema principale delle figure animate dall’uomo rimane immutato, il sacro. Molti documenti e reperti risalenti al periodo egizio, per esempio, dimostrano la presenza di manufatti che potremmo chiamare per convenzione ‘marionette’, utilizzate per riti religiosi. Viaggiando tra i secoli giungiamo a un periodo storico molto caro ai pupari siracusani, l’età greca. Ed è qui che le ‘marionette’ trovano il posto che a loro spetta, intrattenere e far riflettere sul mondo. Senofonte nel suo Simposio riporta un dialogo avvenuto tra un marionettista siracusano e Socrate a casa del ricco Callia durante un banchetto. Il marionettista, invitato al banchetto, derideva le persone sciocche le quali, frequentando i suoi spettacoli, gli consentivano di vivere in ricchezza. Successivamente il marionettista animò le sue ‘neurospaste’ mimando una danza, termine alquanto strambo il cui significato etimologico, ‘tirato da nervi’, indica l’atto della manovra per mezzo di fili.

Dall’antica Grecia a Roma. Nel Satyricon di Petronio compare un’altra ‘marionetta’ durante la cena di Trimalcione. Per tutto il medioevo le marionette furono usate come monito religioso, portando in scena le storie dei Santi e la vita di Gesù Cristo. Questi sono solo alcuni esempi dei temi trattati nei repertori dell’epoca, ed era un modo per i predicatori di figurare la vittoria del sacro sul profano. Pur predicando la via della luce, il medioevo rabbuiò molte pagine di storia. E le marionette potevano diventare oggetti da lasciare nell’ombra se non avessero trovato nuova linfa espressiva nel cinquecento e nel seicento, quando la nascita della commedia dell’arte svestì le marionette degli abiti da moralizzatori per far indossare loro i panni della gente comune in racconti più laici ma non certo meno interessanti.

Anatemi e scomuniche partirono dalla Chiesa che, non accettando la laicità dell’uso delle marionette, con la controriforma costrinse i marionettisti italiani a emigrare in tutta Europa, dove la commedia dell’arte, a beffa degli ottusi, ebbe un meritato plauso dalla Francia alla Spagna, dall’Inghilterra all’Europa dell’Est.  Le marionette otterranno un’altra conquista con il loro ingresso nei teatri privati delle famiglie aristocratiche e con la conseguente nascita dei primi teatri stabili. La rivoluzione francese e la successiva invasione napoleonica che investì l’Italia ha influito in modo decisivo sull’evolversi di tutto il teatro. Con le leggi giacobine, che prevedevano l’assoluto divieto di rappresentare l’asservimento del servo al padrone, la commedia dell’arte scompare interamente dai palcoscenici degli attori, mentre continuerà a esistere e a evolversi nel teatro delle teste di legno.

Con la Restaurazione gli ideali della rivoluzione mutano e le marionette saranno le testimoni privilegiate dei nuovi ideali risorgimentali. I pupi nella loro veste embrionale stanno per debuttare sulle assi del palcoscenico. Apparvero i primi cuntisti e le storie epico-cavalleresche che essi raccontavano sui cavalieri raccoglievano il favore del pubblico. Fu così che sul finire del settecento alcuni marionettisti attenti ai piaceri del popolo siciliano, ispirandosi al ‘cunto’, decisero di armare le marionette per far interpretare loro le storie, i duelli e gli amori di audaci cavalieri e trepidanti donzelle. All’inizio erano semplici marionette armate con materiale riciclato come latta e cartone. I primi pupi debuttarono portando in scena le storie dei cavalieri in forme cicliche e gli spettatori facevano a gara per assistervi, barattando il biglietto d’ingresso con qualsiasi merce lecita. La tradizione dei pupi, passando da grossolane marionette armate di latta e cartone a pregiati pupi dalle sgargianti vesti, raggiunse il culmine della sua popolarità nei primi anni del ‘900 per poi lentamente decadere con l’avvento di nuove forme di intrattenimento, con il disgregamento sociale, con lo spopolamento dei centri storici e soprattutto con l’insana voglia comune di gettare il vecchio per fare spazio al nuovo, un sentire comune tipico del periodo post-bellico. Un grande lavoro socio-culturale si nasconde dietro l’opera dei pupi, un lavoro che ne ha decretato la sua importanza anche a livello internazionale, da un punto sia artistico sia culturale, tanto da essere riconosciuta dall’Unesco, dichiarandola nel 2001, Capolavoro del patrimonio orale e immateriale dell’umanità”.