A parte le ormai trite e ritrite considerazioni sui messinesi che si lamentano sempre all’ultimo momento, promotori del più assoluto immobilismo (assolutamente vero ma voglio provare ad andare avanti!) vorrei fare qualche considerazione più specifica su due questioni che le storie di Tirone e largo Avignone mi fanno venire in mente.
La prima riguarda la specificità e il valore del patrimonio storico della nostra città, la seconda riguarda la paura che sembra scatenare ogni progetto di architettura moderna nell’intellettuale e cittadino medio messinese.

Come ben sappiamo la nostra città è stata rasa al suolo da un catastrofico terremoto nel 1908 e si è iniziata la ricostruzione nei primi decenni del secolo scorso, proprio mentre in Europa si segnava il passaggio fra l’architettura eclettica dell’800, che aveva fatto il suo tempo, e la prorompente nuova immagine dell’Architettura Moderna e dell’International Style. Messina è un vero e proprio Laboratorio didattico di questo passaggio di grande rilievo culturale.
La sua ricostruzione aprirà democraticamente le porte ad entrambe le scuole, ospitando opere pregevolissime dell’una e dell’altra: da un lato lo stile Art Noveau di Coppedè o il pesante neoclassicismo di Piacentini prima maniera, dall’altro lo straordinario palazzo dell’INAIL, i Lidi di Mortelle, la Stazione marittima, ecc.. Tra l’altro molte delle opere citate sono straordinari esempi dell’architettura della fase modernista e razionalista del Fascismo e quindi un prodotto particolare e specifico della realtà italiana, che occorre annoverare come una delle poche cose buone che comunque vanno riconosciute al Regime (in questo mi permetto di dissentire dal nostro Presidente della Repubblica).

E’ questo il nostro patrimonio culturale più importante e specifico della nostra città, è questo il patrimonio che occorre tutelare e al contempo valorizzare e su cui forse è possibile costruire una prospettiva di sviluppo.
E invece occhi puntati sui quattro ruderi pre terremoto, che per carità vanno assolutamente tutelati, ma non sono l’essenza della Messina dove siamo nati e cresciuti. Per non parlare dell’intera struttura del Piano Borzì, uno dei pochi esempi al mondo di impianto urbano realizzato secondo i principi di sicurezza antisismica.

Siamo capaci di far valere questa specificità, di promuovere l’importanza e la bellezza di questo patrimonio, o intendiamo farlo degradare fino a ridursi come largo Avignone o il Tirone? La vera vergogna di questa città, non è la demolizione di quattro ruderi ormai pericolanti, è il fatto che importanti architetture moderne oggi sono inutilizzate o sottoutilizzate e non esiste uno straccio di idea di come valorizzarle (penso alla Fiera o alla Stazione Marittima); o si è lasciato che in silenzio, finiti i tempi delle demolizioni (Trinacria, Savoia, Peloro) tanti cinema, esempio di interessanti architetture moderne, venissero comunque distrutti, trasformati in supermercati e pizzerie.

L’altra riflessione che mi viene in mente è: perché questa paura dell’architettura moderna?
Perché un grattacielo è comunque orrido?
Perché a priori non può essere realizzato?
Perché un edificio moderno non può inserirsi in un contesto storico?
L’architettura è purezza ma anche contaminazione, altrimenti non potremmo apprezzare tante stupende cattedrali iniziate in periodo romanico e concluse con rifiniture barocche.
C’è una sorta di preconcetto contro le capacità del progetto di architettura di creare bellezza e valore che mi fa riflettere, visto che sono un architetto e mi chiedo: in cosa abbiamo sbagliato?
Eppure il grattacielo è oggi il simbolo forse più unanimemente apprezzato e riconosciuto dell’architettura contemporanea, opere a volte straordinarie: penso a Ground Zero di Libeskind a New York, o il grattacielo di Zaha Hadid a Citylife – Milano, tanto per citarne due fra i più significativi.

Ma in generale, mentre in tutto il mondo l’Architettura rappresenta il turbo del motore di sviluppo e su essa universalmente si punta, valga per tutti il rilancio di Bilbao costruito sull’immagine del Guggenheim di Frank Gehry, qui a Messina si scatena ogni volta una guerra preconcetta contro ogni tentativo di realizzare un progetto di architettura; tranne a lodarli finché restano dei disegni, da pubblicare con ampio spazio sulle pagine dei giornali, ma pronti a demolirli appena c’è il sentore che possano essere costruiti veramente. E mi duole dirlo speso i più accaniti oppositori sono altri architetti, pronti a mettere sulla graticola i propri colleghi.

A parte l’isolamento geografico, che sta diventando ormai insopportabile, quello che comunque pesa ancor più in questa città è l’isolamento culturale in cui si sta cacciando, rispetto al resto del mondo, coltivando un provincialismo ed un localismo tanto esasperati quanto fuori dalla storia, spesso abilmente mascherati da un falso ed ipocrita ambientalismo estremista.

Giuseppe Fera