Antigone di Jean Anouilh, in programma alla Sala Laudamo, è un dramma che trae ispirazione dall’omonima tragedia di Sofocle, ma è stato scritto in un contesto storico ben preciso dal quale, attinge eventi e circostanze per poi mascherarli nella narrazione di una storia apparentemente innocua e distaccata.

Il drammaturgo francese scrisse l’opera nel 1941, durante l’occupazione nazista ed il governo di Vichy; venne portata in scena nel 1944, superando il veto della censura nazista, ma non aggiudicandosi l’apprezzamento del pubblico, probabilmente disorientato dal fatto di non capire se il testo era di un oppositore o di un servo del potere.

È un testo camuffato da tragedia greca, è un articolo di cronaca che parla di ciò che sta avvenendo in Francia, divisa tra chi ha aderito alla resistenza e chi collabora con i nazisti. Gli ideali si confrontano con il peggiore degli avversari: la realtà. Non sono schermaglie da fioretto, lì e allora, erano scontri, mattanze, questioni di vita o di morte.

Nel lavoro teatrale l’aspetto insurrezionale, incarnato dalla giovane Antigone (Adriana Eloise Cuzzocrea), trova contrapposta la figura reazionaria di Creonte (Gerri Cucinotta) che ha posto il divieto di sepoltura per l’empio Polinice. Scoperta quale colpevole della trasgressione, Antigone dovrebbe essere giustiziata, ma ecco che i due personaggi principali si scambiano i ruoli. Colei che era decisa, risoluta a dare sepoltura al fratello, in nome di una legge superiore alle vendicative prescrizioni umane, diventa fragile e tentennante davanti al “fine vita” e Creonte, altrettanto deciso e imperativo nel disporre la legge, si ammansisce davanti alla ferocia delle circostanze e cerca di impedire una conclusione ottusa ed inaccettabile. Perderebbe sua nipote e la futura moglie di suo figlio Emone (Fabio Manganaro). Ma, come ricorda il narratore (Alessio Pettinato) la tragedia è come una molla, una volta caricata va da sé.

Antigone verrà condannata a morte e rinchiusa in una caverna, Emone, che l’ha seguita, preferirà uccidersi quando il padre cercherà di salvarlo. Creonte rimarrà a guardare lo strazio che si è venuto a creare. Tuttavia, passata la tempesta, tutto si riequilibra, “chi doveva morire è morto e chi è rimasto comincia a confondere dolcemente i nomi”, come sentenzia il narratore. Cala, così, la solita “quiete triste”.

Antigone di Anouilh è un dramma che non ha l’afflato universale che riscontriamo nelle parole di Sofocle. Sono frammenti, taglienti e lucidamenti riflettenti, che proiettano un lampo di luce sulla platea, abbagliano e fanno riflettere. Alla Sala Laudamo è andata in scena una proposizione teatrale difficile, ma riuscita che evidenzia il ruolo di Creonte e la bravura di Gerri Cucinotta.

Replica domenica 6 maggio 2018, alle 17.30.