Tre generazione allo scontro. Mela, la nonna, Rosaria, la figlia e Carmen, la nipote. Tre binari di vita che condividono un’unica stazione, la cucina, luogo dove si incontrano, si sfiorano, si scontrano.
Convivono, piegate dalla necessità economica e condividono, più o meno consapevolmente, i rapporti amorosi con gli uomini “decorativi” di questa storia, ma ciò che, davvero, si scambiano è la reciproca estraneità.

L’essere state agganciate dal mistero della vita, per loro, è del tutto irrilevante, ciò che le fa muovere sono i desideri e le pulsioni legate alle rispettive esistenze. Tre generazioni e tre modi di concepire la vita, divisi non da paratie temporali, ma da mura insormontabili di indifferenza e incomunicabilità.

“Il tempo della Mela”, tratto dal lavoro teatrale “Mela” di Dacia Maraini, del 1981, è andato in scena, sabato 31 marzo alla Sala Laudamo, nell’adattamento diretto da Marcantonio Pinnizzotto.

Le tre protagoniste Milena Bartolone, Gabriella Cacia ed Elvira Ghirlanda, hanno dato fondo alle migliori energie teatrali per rendere credibili tre personaggi che, altrimenti, sarebbero rimasti nel limbo della finzione. Invece, sono vivi, credibili, a tratti insopportabili ed esasperati.

Ci si immerge nella storia e, inevitabilmente, si parteggia. Con chi avere l’occhio più indulgente? Con Mela, in passato suggeritrice di teatro, ora attempato esempio di cicala, che trascorre il tempo a ballare e a collezionare, fuori e dentro casa, amori di poco conto? Con Rosaria, la ex sessantottina, rivoluzionaria ed idealista che “vede il mondo intero, le sue miserie, le sue ingiustizie, ma non vede quello che succede sotto il suo naso, dentro la sua casa”? Rosaria vede, rievocandola costantemente, Chiang Ching, eroina rivoluzionaria, ma non si accorge che il suo compagno, Costante (che ironia) la tradisce da tempo con la figlia Rosaria, dalla quale aspetta un figlio. Oppure con Carmen, la contro-rivoluzionaria del nulla, che “non vive per produrre e rifiuta il lavoro per sentirsi libera”?

Restano solo domande, che ne generano altre. Dove sono finiti, in queste rivoluzioni, i sentimenti, il dialogo, la comprensione? Non resta che riflettere su queste vite deragliate, che solo a tratti, molto casualmente, rientrano nel solco di una esistenza meno rivoluzionata.

Il finale tragico, con il suicidio di Rosaria, messa a conoscenza dalla figlia della “Beautiful” casalinga (ante litteram), è il momento di maggior distacco dal testo di Dacia Maraini, che, invece, sceglie un finale aperto ed ironico. La sua Rosaria tenta il suicidio che viene sventato da Mela e da un provvidenziale sciopero del gas.

Infine, da segnalare le interessanti e riuscite “visioni” di Rosaria, sottolineate dal gioco di luci di Giovanna Verdelli, che creano un’incisiva profondità narrativa.
Sala Laudamo affollata e molto partecipativa negli applausi finali.