Il dibattito storico-giuridico della romanizzazione dell’impero è “una rievocazione resa attuale dalle odierne migrazioni di popolazioni che con urgenza ripropongono l’antico problema dell’attribuzione della cittadinanza e dell’integrazione”.
La Constitutio Antoniniana è l’editto emanato nell’anno 212 d.C. dall’imperatore Antonino Caracalla, provvedimento di fondamentale importanza per l’oikoumene (la Terra, dove tutti viviamo).
“Ciò che ai Romani sommamente importava in seguito alla conquista di un territorio era la corresponsione delle imposte e il mantenimento dell’ordine; e se a tal fine erano poi disposti a rinviare alle leggi dei subiecti o a riconoscere tutti gli organi locali e le autonomie cittadine, ciò non indicava certo che essi fossero disposti ad abdicare alla supremazia del loro diritto o alla sovranità nel loro territorio (Gianfranco Purpura, Quaderni di studi romanistici)”.
“Nella Roma antica il discrimine fra i diritti del cittadino romano e quelli del non-cittadino (lo straniero o l’apolide) è evidente. L’acquisto della cittadinanza avviene, di regola, per nascita: in costanza di matrimonio, è cittadino romano chi nasca da padre romano; nel caso di filiazione fuori del matrimonio, chi nasca da madre romana. Nel primo caso rileva il momento del concepimento, nel secondo quello della nascita. Quindi, è evidentissimo che la cittadinanza romana venisse trasmessa per esclusiva applicazione dello Ius Sanguinis (Mario Talamanca, Istituzioni di Diritto romano)”.
Entro questo dibattito si colloca il libro “Viaggio nell’antica Roma”, scritto a quattro mani, dallo storico Carlo Ruta e dall’archeologo Sebastiano Tusa.