Da Achille Bonifacio riceviamo e pubblichiamo a commento della strategia di marketing del Teatro Massimo Bellini di Catania per la stagione lirica e di balletto 2019:
L’opera ripetitiva.
Il repertorio nazional popolare sembra rompere gli argini e invadere i cartelloni: travolgere la stessa missione culturale delle Fondazioni liriche. Niente di male programmare lo stranoto, che comunque va ripassato e continuamente “goduto” L’importante è farlo con le giuste dosi. Invece si ha l’impressione che all’inefficienza del “marketing teatrale” – quella cosa per cui nella stagione appena conclusa “Richard III” di Battistelli alla Fenice e “Billy Budd” di Britten all’Opera di Roma traboccavano di pubblico, e mentre si sta allestendo alla Scala di Milano “Fin de partie” di Samule Becket del più grande compositore vivente Gyorgy Kurtag – si sopperisca con la scorciatoia di una programmazione scontata.
“Il risultato è che ancor oggi certa musica suoni – alle orecchie dei più – strana, inutilmente sperimentale, e come isolata, senza aver prodotto conseguenze future, senza eredi. (…) Non è vero, cioè che la musica d’avanguardia del Novecento, dalle sperimentazioni elettroniche ai linguaggi seriali, sia una rottura definitiva con la tradizione, una specie di bolla creata in laboratorio, un colossale esercizio di musicisti disillusi e senza fantasia che hanno ingegnosamente lavorato, ignorando la storia o cercando un conflitto con essa. E’ paradossale, ma la musica meno conosciuta è quella che appartiene al nostro secolo. Anche se non appartengono all’universo “pop”, quasi tutti riconoscono i nomi di Beethoven, Bach, Mozart, Chopin, Verdi, Bellini, Puccini, pur senza magari poter dimostrare di conoscerne i lavori.. Ma i nomi, e i brani, della musica considerata colta (cioè meditata, strutturata, stratificata) di oggi sono sconosciuti o rifuggiti” (CANONE BOREALE di Federico CAPITONI).
La direttiva del ministro Bonisoli, in realtà, appare come la consueta, tipica iniziativa populista. Entrare alla Scala o in qualsiasi teatro d’opera a 2 euro significa entrarci gratis. E’ soprattutto un modo per svilire il valore dello spettacolo. I giovani non frequentano i teatri non perché il costo d’ingresso è troppo elevato o perché la scuola non li educa abbastanza. Il focus della questione è incentrato piuttosto nel fatto perché l’opera viene percepita, e giustamente, come un reperto museale privo di qualsiasi attinenza con il mondo attuale, la cultura contemporanea, e per di più frequentata da vegliardi di ignoranza, aggressivi quanto mai, e si oppongono ferocemente a qualsiasi tentativo di connetterla con la realtà che ci circonda.
In definitiva: o l’opera scommette sulla contemporaneità o i giovani a teatro non ci andranno nemmeno gratis.
Il ministro Bonisoli teorizza che la strada per salvare l’opera in Italia è fare solo titoli popolari nella maniera più tradizionale, insomma l’immobilismo più grottesco e assoluto. Invece che distribuire gratis “circenses” al popolo, bisognerebbe fare una politica culturale. Ed è ciò che in questo Paese latita, che è oscenamente assente.

Nella foto: il sovrintendente Roberto Grossi (a sinistra) e il presidente Salvo Pogliese del Teatro Massimo Bellini di Catania, durante la presentazione della stagione lirica e di balletto 2019