Nebbia, Gelida e Tormenta sono arrivate a Messina.
A parte la curiosa coincidenza metereologica, il riferimento è alle tre streghe malefiche che agiscono nel musical “La Regina di Ghiaccio” in scena al Teatro Vittorio Emanuele.

Uno spettacolo quanto mai atteso, sia per la protagonista, Lorella Cuccarini che, diciamolo subito è ”brava brava” (come canterebbe Mina), sia per saggiare la nuova creazione di Maurizio Colombi e Giulio Nannini dopo il successo della commedia musicale Rapunzel.

L’intelaiatura del racconto segue le tracce della Turandot pucciniana, semina rinvii melodici alla Bohème e alla Madama Butterfly nella scrittura musicale di Davide Magnabosco, Paolo Barillari e Alex Procacci ma, sostanzialmente, affronta un percorso diverso, rispetto all’originaria fiaba persiana, attraverso l’innesto di nuovi personaggi.

Sin dall’inizio è messo in chiaro che Giacomo Puccini resterà sullo sfondo, come il suo ritratto posto accanto alla locandina della Turandot. “La storia l’abbiamo fatta noi” tuonano le tre streghe accaparrandosi il diritto d’autore della perfidia della regina. Come dar loro torto. Inarrestabili consigliere del male: Valentina Ferrari, “Tormenta”, Francesca Buda, “Gelida” e Silvia Scartozzoni, “Nebbia”, sono streghe con grinta da rocker ed alimentano instancabili la crudeltà di Turandot. A farne le spese il dodicesimo pretendente, il Principe di Persia, alias Flavio Tallini, ricco e blasonato, ma non abbastanza intelligente da risolvere tutti e tre gli indovinelli della Regina.

Con mirabili disegni di luce e proiezioni video, Alessio De Simone e Marco Schiavoni costruiscono, sulle scene di Alessandro Chiti, la decapitazione del principe. Il gioco di colori e ombre trasmette l’emozione dell’evento, ma è così bello e spettacolare da far dimenticare l’atrocità dell’atto. Solo uno dei molteplici effetti speciali che caratterizzano lo spettacolo.

La Regina di Ghiaccio è un musical che ha nel cast il suo punto di forza. I personaggi di nuova introduzione come il Signore del Sole – Yao interpretato da Sergio Mancinelli e la fata della Luna Chang’è, Daniela Simula, ma anche le figure più classiche come Re Altoum, Paolo Barillari o i suoi tre consiglieri Ping, Pong, Pang Giancarlo Teodori, Jonathan Guerrero e Adonà Mamo con la sua straordinaria voce da soprano, sino alla confidente Zelima, Laura Contardi, non sono figure di secondo piano, relegate alla funzione di “paggetti” della coppia di protagonisti.

Il testo, ma soprattutto la bravura degli interpreti sono indispensabili per dare ritmo ed incisività allo spettacolo, conferendogli quella vivacità narrativa che viene ripresa e ampliata dall’ensemble di ballerini guidati da Rita Pivano.

Siamo al clou. Il Principe Calaf interpretato da Pietro Pignatelli regge il terribile confronto con Turandot-Cuccarini, ha prestanza e presenza scenica, sa trasmettere il “calore amore fuoco” racchiusi nel suo nome d’arte; ora guascone, ora appassionato recita e canta con grande affiatamento con l’amatissima Turandot e trova la giusta sintonia anche nelle scene con Sole e Luna o con i tre consiglieri.

Il finale, però, va lasciato tutto a lei, Lorella Cuccarini. Splendida attrice, cantante, ballerina, donna di spettacolo. Perfettamente calata nel personaggio, crudele o innamorata nella giusta misura, senza pose da prima donna o accaparramenti di scena. Si comprende che il suo non è solo talento, è frutto di lavoro continuo e puntiglioso ed il risultato viene proposto con grande umiltà.
La sintonia con il pubblico è totale, ne sono testimonianza i lunghi e meritati applausi del Vittorio Emanuele al gran completo.

Il lieto fine è assicurato come la massima di sapienza cinese: “Il segreto per vivere a lungo è mangiare la metà, camminare il doppio, ridere il triplo, amare senza misura ed andare a teatro”.
Saggezza cinese …..con integrazione.