Il Festival di Sanremo il più chiacchierato e famoso evento della canzone italiana arriva alla sua 69° edizione. Ma come ci arriva? Che aspetto ha oggi questo grande carrozzone mediatico che anno dopo anno sembra cambiare andatura? Tutti ne parlano, tutti lo criticano ma molti lo guardano, anche se non lo vogliono ammettere perché vedere Sanremo per qualcuno vuol dire: “Mamma mia, come fai a sopportare 3 ore di lagne, sketch e stacchetti nazional-popolari stupidi e banali!?”
Beh dare completamente torto a questa osservazione è impossibile perché si sa il Festival è per tutti, è per le famiglie e deve in qualche modo rappresentare quella vecchia tradizione di momento storico della televisione in cui ci si riuniva per ascoltare i “Grandi della nostra canzone”. Sanremo rappresenta per molti, soprattutto per chi vive all’estero quasi un contatto, una finestra sulla nostra cultura, nella nostra musica, usi e costumi.
Dal 1951, anno di esordio del Festival, ad oggi sono passati ben 69 anni, ma non solo, sono passate diverse mode, stili, epoche, cambi generazionali, colori, politiche e gusti. Insomma è cambiato tutto. La televisione si è trasformata, la musica e i mercati discografici, ci sono i talent, YouTube e varie piattaforme  social.

Volere un Festival vecchio stampo o criticare perché non ci sono solo grandi big, grandi autori ma anche giovani emergenti e facce quasi sconosciute è anacronistico e inutile.
Ciò che conta è la qualità delle canzoni e la scelta di giovani talentuosi che possano raccontare nuove tendenze e problemi sociali. E’ questo che oggi vuole essere Sanremo una vetrina non solo per chi è già famoso ma un trampolino di lancio per quelli considerati spendibili a livello commerciale e discografico. Si, perché chiaramente ormai sono quest’ultime che comandano le vendite e dettano le mode.
Sanremo è diventato una grande kermesse di quello che è il panorama musicale attuale. Deve essere democratico e non può esimersi da escludere generi e tendenze, deve piacere a giovani e adulti, deve riuscire a raccogliere un pubblico sempre più vasto fatto di coloro che comprano i dischi e di quelli che si aspettano il rappresentante della canzone italiana d’autore. Niente di più iper-democratico e attuale.

Ma la qualità per Claudio Baglioni, per la seconda volta, Direttore artistico del Festival è stata davvero importante? E questo evento 2019 è davvero così moderno e a passo con i tempi? Eliminare la distinzione tra big e giovani è stata una mossa corretta? Portare generi diversi è davvero la volontà di essere democratico o nasconde la necessità di portare cantanti che vendano e che creino  un pubblico sempre più vasto, più audience e più soldi?

Il carrozzone Baglioni, Bisio e Raffaele appare più vecchio e impostato del solito.  C’è come un preconfezionamento troppo forzato e limitante, due comici che a parte alcuni momenti appaiono imbavagliati e spenti della loro verve e umorismo che tutti noi conosciamo. Due grandi artisti che fanno fatica a essere se stessi, imbrigliati nel politicamente corretto e sketch abbastanza banali in cui le risate quest’anno sembrano arrivare col contagocce.
Un Claudio Baglioni forse troppo presente, un ‘andatura lenta e sotto tono. La scelta di fare un’unica categoria non è a mio avviso una delle migliori, è come dire mettere due mondi diversi insieme.

E’ uno sminuire artisti di un certo livello con chi sta iniziando da poco. E’ mettere sullo stesso piano conosciuti ma meno venduti e primizie con tanti dischi. Baglioni ha sostenuto che creare un’unica grande categoria voleva rappresentare la musica nella sua totalità, voleva essere una festa dedicata solo alla musica,  l’intento è stato quello di dare spazio alla musica a 360° mettendo insieme generi e gusti vari.

Ma in realtà le tre fasce che ogni sera dividono le preferenze delle giurie popolari e della stampa già dalla prima sera hanno ben evidenziato 3 gruppi abbastanza prevedibili, in cui le primizie figlie dei social, youtube e internet che dovrebbero portare più voti e vendite in realtà sono state tutte catapultate tra i meno graditi. Forse scelte troppo azzardate, testi poco piacevoli, personaggi troppo di nicchia o poco capiti a livello democratico? Parlare di Rock quando si tratta di trap, portare un trap che a livello musicale possa ricordare il primo Vasco ma con un testo da 1000 interrogativi, per me fa confusione. Portare un gruppo che ha aperto il concerto dei Radiohead ma che ricordano Jovanotti? Briga e Patti Pravo? Niente contro le novità e la sperimentazione, si tratta di gusti e scelte in un panorama fatto di bravissimi emergenti e giovani.
A metà strada i super prevedibili quelli che vendono, che piaciucchiano ma che non hanno molto seguito.
E poi tra i preferiti canzoni con testi impegnati, orecchiabili, conosciuti e che mettono insieme ancora i big cantautori con quei giovani che fanno canzoni che vendono con testi significativi.
Per cui da questa prima panoramica diciamo che è ancora il buon testo, la poesia e la critica sociale a primeggiare. Il volere accozzare generi ma direi cantanti da testi troppo forzati, da un’identità non ben definita e forse troppo di nicchia mettendoli tutti in un grande calderone non è stato forse proprio azzeccato. Tutto potrebbe cambiare visto che alla finale mancano ancora alcuni giorni.

A questo punto visto i gusti del pubblico viene spontaneo chiedersi? Vecchi gli spettatori o le scelte del Festival?