È riuscito ad approdare a Messina, nello scrigno culturale della Sala Laudamo, lo spettacolo dell’attore e regista messinese Daniele Gonciaruk “I tormenti del signor K”.

Meglio non attardarsi alla ricerca di riferimenti, Kafka, Brecht, Weiss, che sono tanto evidenti quanto improduttivi per la storia che viene giocata secondo i canoni geniali e creativi, ora introspettivi ora dissacranti, di Gonciaruk.

Il signor Mockinpott, interpretato da Gaetano Citto, si ritrova imprigionato senza un’accusa precisa, ma sicuramente senza nessuna colpa. Da subito, viene privato dell’identità, diventa il signor K ed inizia un percorso fatto di soldi e “cortesie”. Il detenuto non ha altra possibilità che accettare i ricatti per trovare una via di uscita alla situazione, via via più paradossale. Dà fondo ai suoi risparmi e ad ogni manciata di monete corrispondono nuovi inganni: dal secondino, all’avvocato, fino al direttore del carcere, che, adeguatamente ricompensato, gli regala la libertà. Ma ciò non ristabilisce l’ordine precostituito, perché nel frattempo si sono disgregate le sue certezze familiari e lavorative. Al signor K non resta che aggrapparsi a ciò che la vita gli propone, l’amicizia del barbone Brandy, interpretato da Gerri Cucinotta, che lo accompagna in un tour da girone dantesco: un medico per curare il disadattamento, poi da un uomo di potere, per capire se è una “buropatia” che lo attanaglia ed infine, dal creatore, che lo farà ripartire dal via. “Traiamo una lezione: Mockinpott, riconquistato il nome ha capito che la felicità va conquistata su questa terra. E il destino del signor Mockinpott è…. Mockinpott”. Preciso e chiaro.

“I tormenti del signor K” è uno spettacolo ricco di spunti e suggerimenti artistici di vario genere; in particolare, le incursioni musicali supportate da quattro allievi della Scuola Sociale di Teatro: Marco Dell’Acqua, Simone Le Donne, Kevin Finocchiaro e Matteo Quinci, variano da Brahms (Poco allegretto della sinfonia n°3) a Irving Berlin (Puttin’ on the Ritz) agli Abba (Money, money, money), tutte plasmate per servire una storia che vuole essere tragica e ironica, grottesca, ma, nel profondo, seria.

Ci sono pochi punti di riferimento e, in un continuo maremoto teatrale, non facile adattarsi. Ci si deve affidare e seguire la creatività disaggregata, aggressiva, passionale e coinvolgente dello spettacolo.
La mobilità mentale è una religione per Gonciaruk e sottoporsi a questi allenamenti è salutare per il cervello e per lo spirito.

Tutto esaurito alla Sala Laudamo, frettolosa ricerca di sedie aggiuntive e applausi calorosi per tutti gli attori, per gli artefici dello spettacolo e per la multiforme (otto personaggi) interpretazione di Daniele Gonciaruk.

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NdR: Chiedo scusa per lo sfogo, ma non sopporto il termine “Incubatore”. Debbo usarlo per le aziende, perché l’inglese “incubator” ha fatto scuola e tutti lì a ripetere la traduzione letterale, senza spendere un attimo per trovare un sinonimo nella bella e varia lingua italiana. Ma ormai è un termine tecnico e non utilizzarlo denota “ignoranza”.
Incubatore”, mea culpa, mi fa pensare al pollame in batteria; con più rispetto, alle culle ospedaliere. Non riesco ad affiancarlo, con il dovuto piacere, al Teatro e alla Sala Laudamo, che è “un’isola del tesoro”.