L’undici gennaio del 1999, a 58 anni, ci lasciava Fabrizio De Andrè,  Faber, soprannome affibiatogli  dall’amico Paolo Villaggio, per la predilezione per una nota marca di matite, portato via da un tumore  ai polmoni ; ma la musica di uno tra i più amati  cantautori italiani continua, con forza, a dare il suo messaggio, per gli ultimi, per gli emarginati, per le minoranze, per le vittime d’ingiustizia,  per i più  sfortunati;  ma anche dell’amore, della  morte (anche mentale), della  solitudine, con una straordinaria capacità di coniugare la semplicità della musica popolare con la raffinatezza dei testi.

A noi non resta che continuare ad ascoltarlo  e a  ricordarlo come elemento importante di crescita civile e culturale, rimane nella nostra memoria il messaggio della sua musica  che riesce a disegnare un grande affresco popolato di uomini e donne, di una umanità variegata spesso piegata dal dolore che vaga all’interno delle canzoni e a volte ci troviamo a pensare che tra quei personaggi ci siamo anche noi.

Personaggio geniale, spiritoso, anarchico.
Certamente grande poeta.

Come ha affermato Dori Ghezzi, compagna di vita, “Fabrizio De Andrè appartiene a tutti quelli che lo hanno amato” quindi, legittimamente, possiamo pensare che appartenga un pò anche a noi.