Vite in frantumi. Piccole esistenze di provincia proiettate in un universo dove, annullate le distanze, ogni cosa è collegata.

Il dramma di Arthur Miller “Vetri rotti”, in scena sino a domenica 8 aprile al Teatro Vittorio Emanuele, inquadra inizialmente una scena minimale: il quartiere di Brooklyn, nel 1938 e la famiglia ebrea Gellburg, che affronta l’inspiegabile malattia di Sylvia, interpretata da Elena Sofia Ricci. La donna, apparentemente, non ha alcun problema di salute, ma ha perso l’uso delle gambe e mostra un’attenzione, giudicata ossessiva dal marito Phillip, Maurizio Donadoni, per le vicende che stanno sconvolgendo l’Europa.

Mentre in Germania, Austria e Cecoslovacchia, con la “Notte dei cristalli”, ha preso forma la persecuzione antisemita, dall’altra parte del mondo, la sensibilità di questa donna percepisce la portata tragica dello scenario d’orrori che il nazismo sta approntando con perizia.

Seimila miglia di distanza, un oceano e la comunicazione affidata alle poche notizie dei giornali, attutiscono, in tutti gli altri personaggi, la già flebile eco della tragedia, mentre amplificano la convinzione che Sylvia sia pazza.

Maurizio Donadoni

Ma chi non è pazzo in qualcosa” sostiene, salomonico, il medico Harry Hyman, GianMarco Tognazzi, consultato da Phillip, marito di Sylvia. L’intuito ed il coinvolgimento sentimentale, lo porteranno ad una prima diagnosi di malattia psicosomatica, per poi approfondire le cause del dolore che impedisce a Sylvia di camminare. Scoprirà una sofferenza profonda che lei descrive come un parto: “È come se stessi nascendo, ma non volessi venire fuori”, una forza oscura, spaventosa e paralizzante.

I piani della narrazione si muovono dai frammenti delle vite di quartiere alle devastazioni fisiche e morali della “vecchia Europa”. Le scene essenziali di Andrea Taddei delineano un campo d’azione sobrio, che lascia appena intravedere la vita al di fuori e gli attori, guidati dalla regia di Armando Pugliese, concentrano le forze nella recitazione, limitando al minimo i movimenti in scena.

Tognazzi e Ricci

Dolore e paura saranno il mantice della storia, i protagonisti, messi a confronto con i propri mostri, dovranno arrancare tra i frammenti di esistenze deflagrate, per trovare una via d’uscita.
Sylvia, promettente capo contabile, ha rinunciato a lavorare per curare la famiglia, sottomessa dagli affetti familiari, privata della possibilità di realizzarsi, ha paura di percorrere la vita e punisce il suo corpo con la stessa paralisi della sua esistenza.

Phillip, tragico impiegato capo del dipartimento ipoteche, ebreo “che non si abbandona alla sua parte ebrea” e guarda con molta diffidenza gli immigrati semiti, ha paura di perdere il suo piccolo mondo di comodità domestiche e di scoprire che la donna che dice di amare, ma che ha trattato con violenza fisica e mentale, sta sganciando gli ormeggi.

Nel dramma tradotto da Masolino D’Amico, paura e dolore sono gli scandagli dell’animo umano, “se uno è vivo ha paura” dice il medico Hyman “poi dipende da come si affronta”. Il bivio porta, da una parte, a prendere coscienza di ciò che sta accadendo e ad affrontarlo, dall’altra, a paralizzarsi, annullandosi a vantaggio di chi si sostituirà nelle scelte. Nel finale Sylvia riprenderà a camminare, ma la sua rinascita coinciderà con la morte di Phillip.

Vetri rotti”, in scena a Messina, è un lavoro teatrale a complessità crescente, che viene meticolosamente costruito e costantemente supportato dalla capacità, dei tre protagonisti, di sostenere le sfaccettature di ogni personaggio; le note più vivaci e le armonie di sottofondo, i cambi d’umore, gli scarti temporali e umorali.

L’ensemble Ricci-Donadoni Tognazzi , in ordine di piazzamento, gode di un piacevole affiatamento, frutto del numero di repliche, ma che lascia assaporare un feeling più profondo che si trasferisce all’intera compagnia (Elisabetta Arosio, Alessandro Cremona, Serena Amalia Mazzone).
Collante della pièce l’eccellente interpretazione di Elena Sofia Ricci, che modula il travaglio di Sylvia senza eccedere nei toni.

Trasmette un dolore vero ed istruttivo che abbraccia, in un’unica storia, ancora drammaticamente attuale, la sofferenza, personale e universale.