All’indomani delle Regionali 2017 (5 Novembre), che hanno decretato una sonora sconfitta di tutto il Centro Sinistra, dopo i cinque anni, controversi e discutibili, del Governo Crocetta il quale ha goduto di una determinante divisione del Centro Destra, il PD Sicilia non sembra volersi assumere le proprie responsabilità politiche rispetto a scelte e posizioni che solo oggi ci appaiono nella loro più limpida controtendenza rispetto alla linea generale del partito.

Ciò appare evidente adesso che siamo all’antivigilia del voto politico (4 marzo) e si sono praticamente chiuse le fasi di organizzazione delle liste per i collegi uninominali e per le liste che comporranno quelli plurinominali.

Le scelte dei candidati gettano un’ombra di grande disapprovazione interna e purtroppo la stessa base è costretta a subire due volte: quando si palesa un metodo totalmente verticistico e quando essa è destinata a diventare un scudo, invero piccolo e piuttosto debole, delle inevitabili critiche da parte dell’opinione pubblica locale.

Mi riferisco a quella base fatta di tesserati, volontari e piccoli dirigenti locali, che di fatto fanno del Partito Democratico il Corpo e la Linfa vitale per cui esso ancora può definirsi un partito di ispirazione tradizionale.
Non voglio qui cadere nell’errore di una sterile critica ad personam, anche se di fatto, gli artefici di alcune scelte decisamente impopolari hanno nomi e cognomi e si annidano nella segreteria regionale del PD. Preferisco sottolineare ancora una volta i gravi limiti di un metodo controverso ed evidentemente poco efficace, che continua a tradire tanti elettori e che rischia di indebolire ancora di più il partito.

Antonio Ramires

Le liste per le Elezioni Politiche del 4 Marzo 2018, stanno evidenziando un trend che gli ingenui come me pensavano appartenere ad altri, ben più diversi (cosi’ solitamente ci viene detto), contenitori politici. Eppure molti come me auspicavano – e credevano! – che si potesse fare un cambio di rotta, cercando di ovviare a quel distacco che di fatto esiste e si acuisce sempre di più tra il vertice e base; un rapporto che nessuno in Sicilia è riuscito a migliorare e che sta sempre più deteriorandosi.

A tutto, anche in politica, vi è un limite che la politica non può varcare, se non vuole suscitare ironia e disapprovazione (nemici giurati di chi va alla ricerca del consenso). Questo limite è indicato precisamente dall’assunzione di responsabilità dopo le recenti e gravissime sconfitte elettorali. Su questo limite avrebbero dovuto assestarsi e dare l’esempio i dirigenti regionali e i big del partito. Il trend però non cambia: rimangono le “chiamate” e le “calate” dall’alto, secondo il vecchio stile.

Le candidature dall’alto non sono cosa nuova, ci saranno sempre fino a quando nuovi metodi di selezione, che appaiono alla portata di tutti ma non per questo sono privi di contraddizioni assai gravi, saranno prerogativa di movimenti che aspirano a prendere il potere dribblando la prassi della vita democratica di una repubblica, che ha le sue fondamenta nel dialogo tra le parti e sul compromesso utile al bene comune. Ma se come dicevo a tutto c’è un limite, questo dovrebbe valere soprattutto per il PD, giusto per non sembrare agli occhi dei cittadini/elettori nient’altro che la fotocopia, in bianco e nero, delle solite vecchie storie.

La recente sconfitta elettorale che il PD ha subito alle regionali del 5 novembre 2017, è stata anche l’esito delle difficoltà riscontrate in campagna elettorale soprattutto nella ricerca del rapporto con i cittadini/elettori, un rapporto che è di fatto esclusivo solo per alcuni “cognomi” e che il simbolo nel suo insieme non riesce più a gestire.

Ma dobbiamo fare un piccolo passo indietro e parlare della sconfitta referendaria del 4 Dicembre 2016, che molti ancora devono metabolizzare, e che potremmo chiamare “la madre di tutte le sconfitte”.
Calcoli alla mano sembra strano che in città come Palermo e Catania, roccaforti del PD in Sicilia fino a poco tempo fa, in cui coesistevano correnti e posizioni molto differenziate (comunque tutte sotto un’unica bandiera), rappresentate da politici di grande rilievo del panorama nazionale e regionale, la percentuale del SI non abbia minimamente toccato i risultati auspicati. E allora a cosa sono serviti eventi in grande stile, passerelle organizzate nel minimo dettaglio, affitti di teatri e sale (a carico spesso del partito), pranzi e cene, e chissà quanto altro, se il risultato è stato poco meno di una catastrofe?
Quelli come me che in quel periodo erano chiamati a riempire le sale, nascondendosi dietro cordoli di polizia in tenuta antisommossa, passando per giunta per chi sta dalla parte del forte e non vuol vedere i deboli; che hanno speso il loro tempo sacrificandolo, in nome di un attivismo che a nessuno importa, al lavoro ed ai propri affari per quella propaganda strada per strada casa per casa che ci è stato richiesto di fare, la sera del 4 dicembre sono quelli che hanno subito veramente la sconfitta: per tutte queste migliaia di giovani e meno giovani, semplici volontari, non c’era più nulla.

Un timido grazie quasi obbligato.
Tra tutti la risposta migliore l’ha data Matteo Renzi la sera stessa, gli altri nel frattempo si nascondevano dietro ripari di fortuna per salvare la loro “pelle” e paracadutarsi verso porti sicuri in vista degli appuntamenti elettorali che si sarebbero succeduti. Una sconfitta annunciata forse, che tutti sapevano e che nessuno ha voluto ammettere. Una delle solite sconfitte per cui la ricerca della responsabilità politica resta un argomento da opinione e da studiare, lasciato ai cronisti, ai politologi e agli storici.
Con il passare del tempo anche le discussioni si perdono tra le tazzine di tanti caffè sorbiti da appassionati e tesserati (ed io sono uno di quelli che ne ha presi tanti, troppi…), che rimangono come sempre gli unici a cui interessino veramente le sorti del Partito Democratico in Sicilia.

Così, dopo quel tragicomico 4 Dicembre in Sicilia ci si è scordati di tutto, soprattutto dei numeri, e tutte le attenzione già dal Gennaio del 2018 parevano concentrarsi sull’appuntamento del 5 Novembre. Inutile qui raccontare ciò che a Messina avvenne nei mesi antecedenti l’estate del 2017, ovvero l’organizzazione – chiamiamola così…! – del Congresso dopo anni di commissariamento. Basti qui ricordare velocemente il risultato: tutto il tempo che il sottoscritto insieme ad altri ha speso nell’organizzare in modo corretto, limpido e puntuale le fasi che precedevano la celebrazione del Congresso, con grandi sforzi e dispendio di risorse da parte di tutti, si è dissolto in un Congresso, celebratosi molti mesi dopo (poiché nel frattempo si accavallavano scuse e procedure formali da seguire in nome della “Democrazia”) in tipico stile “Rosso” con un’unica preferenza possibile: altro che Partito Democratico…

Si arriva al 5 Novembre e il PD, in Sicilia e a Messina, si presenta come un Giano bifronte, di fatto ci sono due Partiti: quello del vertice, che si procura voti e preferenze frequentando i salotti giusti ed i giusti palazzi e che riesce a garantirsi le posizioni che servono; e il Partito della base, come dicevo prima, dei vari gruppi che cercano di dare una spinta al rinnovamento. Questo partito della base viene ancora una volta abbandonato a se stesso, creando delusione e narcotizzando quel poco di volontà che ancora resisteva.

Allora cosa fare dinanzi alla netta evidenza di un metodo perdente e di un sistema che chiude gli spazi soprattutto ai giovani e che preferisce dividere piuttosto che unire chiudendosi nel gioco del correntismo stile prima repubblica, che invece di sostenere e accrescere la capacità di agire ne limita l’efficacia?

Quelli come me credevano in un progetto, ma il problema era (ed è) che il progetto non esiste. Dinanzi all’evidenza dei fatti è giunto il momento di fermarsi e riflettere. Riflettere, certo, sui propri limiti, ma anche capire che in Sicilia e a Messina il PD non è nient’altro che un grande comitato elettorale utile, forse, per i pochi che partono avvantaggiati, a far carriera e non sempre a far politica per il bene di tutti. Capire che quel Renzismo, che ha portato tanti come me a tesserarsi nel PD, in Sicilia non è arrivato e mai arriverà finché certi personaggi continueranno – pur dopo aver fallito – a ricoprire le cariche che contano.

Non serve a nulla creare sottogruppi, comitati, movimenti, e chi più ne ha più ne metta, ed è da ingenui e sprovveduti pensare che in un simile partito la giovanile possa veramente incidere: i congressi dei Giovani Democratici sono sempre stati determinati dalla volontà degli stessi esponenti del PD i quali continuano a prendersi gioco della passione dei giovani ricoprendo questi ultimi di nomine e cariche che a nulla servono e che poco interessano ai cittadini.
Incredibile venire a sapere che nel mese di Gennaio, in uno dei momenti più critici della politica regionale e nazionale, i GD siano impegnati nel tesseramento 2018.

L’unica strada è trovare un luogo dove si possa fare politica e dove l’impegno possa tramutarsi in servizio, dove le parole si possano trasformare in fatti concreti e dove il merito, specialmente a livello di politica locale, possa essere premiato e non ostacolato, dove conti di più l’esterno che l’interno, e dove non ci si perda in vuote procedure burocratiche, una pratica affine alla peggiore cultura di Sinistra e che purtroppo questo partito continua a mantenere, per il privilegio dei pochi e a discapito dei molti, spesso i più giovani.

Antonio Ramires