E’ stato uno dei temi più importanti e al tempo stesso meno attenzionati durante la campagna elettorale: il Sindaco di Messina Cateno De Luca adesso ha aperto il dibattito sulla guida della Città Metropolitana. Un ruolo molto importante, dalla grande valenza strategica ma troppo sottovalutato un presupposto errato, che , in Sicilia, pone sullo stesso piano città metropolitane ed ex province regionali, oggi liberi consorzi comunali.

Perché non si vuole comprendere che la Città Metropolitana non è (come lo erano le province regionali) un soggetto intermedio tra Regione e Comuni, ma un ente di “area vasta” con funzioni diverse rispetto alle prvince, che va ad abbracciare tutto il territorio provinciale, e che ha una interlocuzione diretta con il governo nazionale e con l’Unione europea.

Unione Europea che ha inserito proprio le città metropolitane nella cosiddetta agenda urbana, che prevede una serie di misure specifiche finalizzate allo sviluppo di tali nuove realtà territoriali.
E’ evidente quindi che se tali sono i presupposti ne dovrebbe derivare come logica conseguenza l’individuazione di una “governance” che guardi alla gestione, o meglio, al “governo” di tale area vasta nella sua interezza, e non creare dualismi improduttivi che rischiano di elidersi a vicenda.
Si vuole invece instaurare una sorta di “restaurazione normalizzatrice”, che non tiene conto di questa nuova “mission”, e che vorrebbe riproporre la logica di un “regionalismo pervasivo” che tende a limitare le autonomie locali, e mira, soprattutto, alla logica della gestione intesa come attuazione di meccanismi di potere politico e partitico.

Da qui l’approvazione da parte dell’Ars nella scorsa legislatura di una legge (poi oggetto di impugnativa), che prevede, come se si trattasse delle vecchie province, l’elezione diretta del sindaco della Città Metropolitana differenziata da quella del Sindaco della città capoluogo, e l’elezione di un Consiglio Metropolitano espressione non di una visione territoriale identitaria e dorganica, ma di collegi circoscrizionali che non possono non risentire della loro caratterizzazione particolaristica.

Si vuole cioè porre in essere a lvello locale una sorta di “minimalismo istituzionale”, in contraddizione con i processi di macrogoverno territoriale, che si vanno attuando in tutte le nazioni moderne.

Senza contare che la legge approvata non prevede un organo esecutivo, ma solo un consiglio che ha funzione di indirizzo e di controllo, affidando quindi al Sindaco Metropolitano eletto i ruoli di vertice dell’ente e di giunta assessoriale, facendone di fatto una sorta di sindaco podestà, in contrapposizione con il sindaco della città capoluogo.

Ma nella stessa legge vengono tagliati fuori dalla governance i sindaci dei Comuni ed i rappresentanti dei vari consessi comunali, che avevano un ruolo preponderante nella precedente normativa, secondo il principio di “Democrazia dei Territori”.

Ciò nella nostra regione, mentre nel resto d’Italia è naturale che il sindaco di Roma, o di Milano, o di Napoli, o, per andare più vicino, di Reggio Calabria, sia anche il sindaco della relativa Città Metropolitana, collaborato da un organismo costituito dai sindaci e dai rappresentanti dei comuni, dato che le funzioni di questi nuovi enti riguardano direttamenti i comuni dell’intero territorio metropolitano.

E’ auspicabile quindi che tali temi vengano affrontati nel dibattito in itinere, sottolineando l’opportunità di un adeguamento della legge regionale a quella vigente in tutto il resto del territorio nazionale e che ha già prodotto importanti risutati in termini operativi alle varie realtà metropolitane.

Michele Bisignano,
già assessore provinciale all’Area Metropolitana