“Il breve intervento della senatrice Liliana Segre durante il dibattito sulla fiducia al nuovo governo rappresenta quello che si definisce in termini tecnici un turning point, un punto di non ritorno nella politica della memoria in questo paese. Dopo quasi un ventennio di Giorno della Memoria e un numero infinito di manifestazioni pubbliche, viaggi, esperienze didattiche, film, libri e manifestazioni artistiche, la memoria delle discriminazioni diventa terreno di azione politica diretta. L’oggetto del contendere è in questo caso il paragrafo del cosiddetto Contratto di governo (che è un inedito extra-costituzionale) dedicato ai Campi nomadi. Un testo approssimativo e direi apertamente ignorante, che utilizza genericamente i termini nomadi e Rom considerandoli equivalenti, senza nemmeno tentare di analizzare la distinzione nomadi/residenziali o i diversi gruppi di Rom, Sinti e Camminanti presenti in Italia. In quel testo si avanza la seguente prospettiva di legge: ‘Obbligo di frequenza scolastica dei minori pena l’allontanamento dalla famiglia o perdita della responsabilità potestà genitoriale’. Si tratta, come ha giustamente sottolineato la senatrice Segre, di un provvedimento inattuabile in base alle normative vigenti. Ma siamo comunque di fronte all’ipotesi di introdurre norme discriminatorie per una specifica categoria di cittadini e solo per quella. Detta in altri termini, un provvedimento razzista.

Con le parole non si gioca, né tantomeno con gli esseri umani. Abbiamo passato anni di educazione civile e di azioni sulla memoria dello sterminio degli ebrei e degli ‘Zigeuner’. Quegli stessi che Liliana Segre ‘invidiava’ nel loro lager speciale e separato di Auschwitz dove potevano stare insieme uomini donne e bambini, salvo constatare che nella notte fra il 2 e il 3 agosto 1944 tutti i suoi quasi 3.000 abitanti vennero portati alle camere a gas. In questi anni di elevazione morale abbiamo in vario modo ragionato con studenti, insegnanti e cittadini sulla base delle evidenze storiche sulla necessità di presidiare il campo della memoria perché – come ammoniva Primo Levi – ‘È accaduto, quindi potrebbe accadere di nuovo…’. Ora la minaccia diventa reale. Sull’onda della retorica della svolta, del cosiddetto governo del nuovo, della nascita della terza repubblica, si programma di cancellare alcuni dei fondamenti della nostra convivenza civile, prima fra tutti l’eguaglianza fra esseri umani. La conseguenza è evidente: l’azione sulla memoria passa dallo status di testimonianza valoriale a quello di impegno politico e civile. Un primo passo – necessario da anni, ma oggi forse persino urgente – sarebbe quello di avanzare una proposta per emendare la Legge 211/2000 che istituisce il Giorno della Memoria inserendo nei modi che si riterranno più opportuni il riferimento diretto al Porrajmos, lo sterminio dei Rom e Sinti in Europa. Si è trattato a tutti gli effetti di uno sterminio su base razzista, come già negli anni ’70 aveva messo in rilievo Miriam Novitch, la fondatrice del primo museo sulla Shoah nel kibbutz di Loḥamei ha-Getta’ot. Non c’è ragione (se non un indegno occhieggiare ai sentimenti razzisti della pancia dell’italiano medio) per cui la legge sulla memoria dello sterminio non contenga un riferimento a quel contesto. E si tratterebbe di un atto politico concreto, per ribadire che nella nostra Italia repubblicana non sono ammissibili leggi discriminatorie”. Dichiara Gadi Luzzatto Voghera, Direttore Fondazione CDEC per Moked.