corte dei conti

“E’ necessario procedere ad un ulteriore abbattimento dei costi societari. Infatti, l’onere per il mantenimento in vita della concessionaria, sceso sotto i due milioni solo nel 2015, risulta ancora rilevante, essendosi attestata, per il 2016, sopra il milione e mezzo”, chiede la Corte dei Conti con la deliberazione n. 14/2017/G del 30 ottobre 2017.

DOCUMENTI: Capitolo I della deliberazione, “Il contesto normativo e fattuale” della liquidazione di Stretto di Messina spa
Con delibera Cipe 1 agosto 2003, n. 66, fu approvato il progetto preliminare del ponte

sullo stretto di Messina. Fu stabilita la sua realizzazione, per il 60 per cento, con

finanziamenti da reperirsi sul mercato dei capitali e, per il restante 40 per cento

dell’investimento, con risorse di Stretto di Messina s.p.a., società pubblica concessionaria.

Nel periodo 2004-2006, Stretto di Messina svolse la gara per l’individuazione del

contraente generale per l’affidamento delle progettazioni e della realizzazione dei lavori.

Il 27 marzo 2006, nell’imminenza della fine della legislatura, Stretto di Messina stipulò il

contratto con i vincitori della gara, per un importo di 3.879.599.733 euro.

Furono previste due fasi operative: la prima, consistente nella stesura del progetto

definitivo, e la seconda, eventuale – successiva all’approvazione del Cipe, all’allocazione

delle risorse pubbliche e all’impegno delle banche finanziatrici all’erogazione delle risorse

private –, concernente la progettazione esecutiva e la consegna dei lavori.

Poco dopo, la procedura subì una sospensione, non essendo stata più ritenuta l’opera

prioritaria dal Governo subentrato all’esito elettorale del 9-10 aprile dello stesso anno.

In considerazione del nuovo indirizzo politico, Stretto di Messina comunicò, il 25

settembre 2007, che non avrebbe dato avvio alle prestazioni contrattuali, provocando la

rivendicazione dei danni da parte del contraente generale, rinnovata fino all’accordo del 25

settembre 2009.

Il Parlamento eletto con le elezioni del 2008 ed il Governo da esso espresso ritornarono

sulla decisione del 2006, riaffermando la natura prioritaria dell’opera.

In tale contesto, Stretto di Messina stipulò, il 25 settembre 2009, un nuovo accordo con

il contraente generale. Con esso: a) fu adeguato il contratto alle sopraggiunte previsioni

normative; b) fu inserito l’impegno della parte privata ad eseguire i lavori della variante di

Cannitello, intervento propedeutico alla costruzione del ponte; c) furono previste ulteriori

varianti tecniche; d) fu introdotta una ridefinizione delle penali, in caso di recesso. Il

contraente generale, con tale intesa, rinunciò alle riserve fino a quel momento formulate,

assumendo l’accordo, pertanto, una valenza transattiva.

Il 30 novembre 2009 fu sottoscritto un secondo atto aggiuntivo alla convenzione,

attribuendo alle parti la facoltà di chiedere la revisione del contratto, se l’approvazione ed

il finanziamento del progetto definitivo non si fossero conclusi entro 540 giorni dalla sua

consegna; in caso di mancato accordo entro i successivi trenta giorni, ciascuna parte avrebbe

avuto la facoltà di recedere.

In mancanza dell’approvazione del progetto definitivo e del relativo finanziamento, il 4

ottobre 2012 il contraente generale chiese la revisione delle condizioni contrattuali.

Tuttavia, prima della scadenza del termine per il recesso, il d.l. 2 novembre 2012, n. 187,

dettò nuove norme sulla sostenibilità del piano economico-finanziario dell’opera.

Il 10 novembre 2012, il contraente generale chiese che non venisse applicato il decreto

legge, comunicando il proprio recesso.

Il d.l. n. 187/2012 introdusse, a tutela della finanza pubblica, disposizioni per garantire

una particolare cautela nella verifica della sostenibilità del piano economico-finanziario, in

considerazione della condizione di tensione dei mercati finanziari internazionali.

Fu previsto un periodo di 540 giorni per verificare se fossero ancora reperibili, nelle

particolari condizioni di mercato, risorse per la realizzazione del ponte e per le modifiche al

progetto per la sua approvazione in linea tecnica da parte del Cipe. Furono, inoltre, sospesi,

fino all’approvazione del progetto definitivo, gli effetti dei contratti stipulati con il

contraente generale e con gli altri soggetti affidatari dei servizi connessi alla realizzazione

dell’opera. Infine, fu data la possibilità al Cipe di finanziare parti del progetto dotate di

autonoma funzionalità, per 300 milioni, da utilizzarsi anche per l’indennizzo, nel caso di

caducazione del contratto; indennizzo, peraltro, limitato alle prestazioni progettuali

eseguite e ad un’ulteriore somma pari al 10 per cento dell’importo così definito.

Fu previsto che Stretto di Messina ed il contraente generale avrebbero dovuto stipulare,

entro il l marzo 2013, un atto aggiuntivo al contratto per l’attuazione delle disposizioni

citate e che l’atto fosse trasmesso, nei trenta giorni, alle competenti commissioni

parlamentari.

Entro sessanta giorni dalla stipula, Stretto di Messina avrebbe presentato al Cipe uno

stralcio del progetto, gli elaborati tecnici ed i necessari pareri e autorizzazioni, con i piani

economico-finanziari, accompagnati da un’analisi dell’intervento che attestasse la

sostenibilità dell’investimento alle condizioni praticate nel mercato dei capitali ed alle varie

ipotesi di finanziamento pubblico.

Qualora l’atto aggiuntivo non fosse stato sottoscritto nei termini o il progetto non fosse

stato approvato dal Cipe entro 540 giorni, ne sarebbe derivata la caducazione ex lege degli

atti convenzionali, con obbligo d’indennizzo, procedendosi, inoltre, alla liquidazione della

società concessionaria.

La trattativa tra Stretto di Messina ed il contraente generale trovò una serie di ostacoli,

avendo manifestato quest’ultimo la volontà di recedere.

Stretto di Messina, il 19 novembre 2012, negò la validità del recesso, invitando il

contraente generale ad adempiere ai propri obblighi. Tale comunicazione fu impugnata al

Tar del Lazio; nonostante la pendenza giudiziaria, le parti continuarono, tuttavia, a trattare

i contenuti dell’atto aggiuntivo, senza, peraltro, pervenire al suo perfezionamento.

Stretto di Messina sottolinea che “la questione è oggetto di contestazione”, avendo la

società, “sempre con grande immediatezza e chiarezza, contestato al contraente generale

che il recesso era illegittimo. E ciò in quanto il termine di 540 giorni fissati per

l’approvazione del progetto definitivo da parte del Cipe non era interamente decorso per

effetto delle prescrizioni e del mancato parere da parte della Commissione Via. Fino a

risultare, per alcune sue parti rilevanti, non meritevole di parere favorevole. Al riguardo, la

clausola dell’art. 5.2 dell’accordo integrativo del contratto conferma che la facoltà di recesso

opera nel solo caso in cui “il ritardo non sia in alcun modo riconducibile a fatto del

contraente generale”, richiamando espressamente l’art. 11.18 del contratto del 2006, che

contiene tale disposizione. In tal senso, la società ha avanzato nel giudizio domanda

risarcitoria in sede riconvenzionale”.

Il 7 febbraio 2013, il contraente generale richiese una proroga del termine del 1 marzo

per la stipula dell’atto aggiuntivo e significative modifiche circa l’indennizzo e

l’adeguamento del contratto, ribadendo anche la disponibilità a sospendere, ma non a

ritirare, le iniziative giudiziarie e a non dare impulso ad ulteriori contenziosi, a fronte di una

proroga del termine del 1 marzo per la sottoscrizione.

Non essendosi perfezionato l’accordo entro il 1 marzo 2013, con d.p.c.m. del 15 aprile

2013, Stretto di Messina fu posta in liquidazione.