“Vorrei dire ai ragazzi di Gioventù Nazionale che sbandierano Che Guevara come loro mito, che li capisco ma non fate l’errore di noleggiare i miti politicamente corretti perché più facili e meno ostili al Racconto Globale. Guevara piace perché è un eroe perdente. Oltre il mito, c’è la sua storia. Guevara fu un fanatico rivoluzionario, uno spietato combattente, un fallimentare ministro dell’Industria e governatore della Banca. Introdusse a Cuba i campi di concentramento per i dissidenti. Come tutti i puri, il Che sarebbe diventato un feroce dittatore se avesse avuto in mano il potere; rispetto a lui Castro era un realista moderato. La sua salvezza fu la cerca della gloria che lo condusse, come Garibaldi e gli eroi romantici, a combattere per la causa della libertà di altri popoli.

C’è di tutto al supermercato globale intorno a Che Guevara. L’immagine del Che serve a vendere sigari cubani e bustine di zucchero, bottiglie di vino rosso, musica in cd e spartiti che cantano le sue imprese, come i cantastorie di una volta. Il Che è entrato nel mondo dei fumetti e negli orologi che battono l’ora della rivoluzione. Ci sono pellegrinaggi turistico-ideologici sulle tracce del Che; le compagnie aeree trasformano El Che in uno stewart col basco per sogni esotici a prezzi rivoluzionari. Il Che è stato usato come testimonial per la compagnia telefonica cubana; vanno a ruba le banconote con la sua effigie e la sua firma. C’è persino un Guevara di cera che sembra rubato ai presepi napoletani. Troviamo il Che anche in versione araba e islamica. Tra i santini del Che ce n’è uno con la corona di spine, trasformato in Gesù Cristo. E infine il Che usato come testimonial per fumare le erbe e farsi le canne. E’ lui il Padrepio della Revoluciòn.

Mitizzare per mitizzare, meglio chi sognava rivoluzioni nazionali e tradizioni di civiltà, piuttosto che comunismi e dittature del proletariato”, scrive il filosofo (di destra) Marcello Veneziani.