Il testo della petizione inviato al Ministro dell’Interno Matteo Salvini dall’associazione Psicologi con i Migranti:

Dallo scorso 19 gennaio, 47 persone tra cui 13 minori non accompagnati sono costrette a restare a bordo della nave Sea Watch 3 in stato di estremo disagio, sia a causa della navigazione prolungata, sia soprattutto per le loro condizioni di salute fisica e psicologica.

Le persone a bordo si sono imbarcate per fuggire dalla Libia nel tentativo di salvare le loro vite. Secondo i rapporti delle Nazioni Unite e di tutte le agenzie indipendenti la Libia è definita un “inferno”: le testimonianze dei migranti raccontano che ogni giorno, presso i centri di detenzione formali e non, ma anche per strada, vengono perpetrate ai danni di centinaia di persone – uomini, donne e minori – violenze fisiche e psicologiche, torture e trattamenti inumani e degradanti. Attraverso le testimonianze raccolte dallo psichiatra Gaetano Sgarlata – salito a bordo della Sea Watch 3 pochi giorni fa – le persone bloccate sulla nave sono vittime di violenza estrema di cui portano segni visibili sui loro corpi e nella psiche. Lo psichiatra definisce l’attuale situazione psicologica delle persone a bordo “devastante”. Nei racconti dei migranti è presente l’orrore per aver visto morire compagni di viaggio, amici, o anche fratelli, in seguito alle aggressioni subìte nei lager libici o per mancanza di acqua e cibo durante i lunghissimi spostamenti. Un migrante riferisce di essere stato riportato nei centri di raccolta per ben tre volte dalla guardia costiera libica, costretto a pagare per partire e – per mancanza di denaro – ridotto in schiavitù. Molti sono stati venduti più volte e torturati per costringerli a chiedere denaro ai familiari per il loro riscatto. Il dottor Sgarlata in tutti i migranti incontrati ha riscontrato gravi sintomi di ansia e depressione, senso di confusione, terrore nel rievocare le esperienze passate ma anche al pensiero di dover tornare indietro annullando così il loro viaggio della speranza.

Come professionisti esperti nell’ individuazione, presa in carico e cura di Disturbi Post Traumatici da Stress (PTSD) e traumi estremi – come peraltro testimoniato dai referti dello psichiatra salito a bordo della nave – sappiamo che le vittime di tortura, stupro, abusi o traumi di altra natura (prolungate prigionie in isolamento e/o in condizioni disumane e degradanti, naufragi, testimoni di morti violente, etc.) presentano quadri clinici di estrema gravità sul piano psicopatologico. Questa tipologia di persone deve essere considerata ad alta vulnerabilità.

E’ necessario che abbiano una corretta e immediata valutazione clinico – diagnostica, che indirizzi verso un’appropriata e tempestiva presa in carico medica, psicologica e sociale.

Caratteristica fondamentale dei traumi subìti è la loro frequenza e intensità, in regime di coercizione o di impossibilità alla fuga. I sopravvissuti inoltre hanno un elevato rischio di sviluppare, nel periodo successivo all’esperienza traumatica, un disturbo emotivo che impatterà anche sulle generazioni successive (tortura transgenerazionale).

La possibilità di sviluppare sintomi post traumatici cresce se la diagnosi e la presa in carico non sono tempestive: maggiore è il tempo che intercorre tra i traumi subiti e la presa in carico psicologica, maggiore è la gravità e il radicamento dei sintomi.

Le esperienze traumatiche estreme possono determinare, oltre ai sintomi comuni del Disturbo Post Traumatico da Stress, anche altre conseguenze psicopatologiche specifiche e complesse. In particolare: disturbi dissociativi psichici e somatici, tendenza alla re-vittimizzazione, perdita del senso di sicurezza e del senso di sè, disturbi da iper-arousal, disturbi affettivi e relazionali.

Tutto questo è aggravato dalla prolungata permanenza sulla nave in condizione di forte disagio ( mancanza di cure adeguate, spazi ristretti, condizioni climatiche avverse, continuo beccheggio e rollìo della nave). Il senso di precarietà e di incertezza sulla loro sorte, e la constatazione di essere oggetto di diffidenza e ostilità da parte dell’ambiente che speravano accogliente, nonostante la loro condizione di vittime per aver già patito atroci sofferenze , può originare una ri-traumatizzazione che non può che aggravare lo stato già precario della loro salute fisica e psicologica.

“L’unica differenza tra le condizioni in cui vivevo prigioniero in Libia e quelle qui sulla nave” ha dichiarato un ragazzo di sedici anni al dr. Sgarlata “è che qui non ci sono violenze”.

Sulla base di queste considerazioni e osservazioni, noi chiediamo, come Psicologi e quindi professionisti della tutela della salute di ogni essere umano senza “discriminazioni in base a religione, etnia, nazionalità, estrazione sociale, stato socio-economico, sesso di appartenenza, orientamento sessuale, disabilità” – come detta il nostro codice deontologico – che sia concesso a tutte le persone a bordo della nave Sea Watch 3 di poter sbarcare nel porto sicuro più vicino e nel minor tempo possibile per favorire la tempestiva presa in carico medica e psicologica.