25 novembre_donne

In occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne (25 novembre), pubblichiamo una sintesi delle riflessioni di S.E. Mons. Agostino Marchetto Segretario del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti:

“In passato, erano soprattutto gli uomini ad emigrare, anche se la componente femminile è stata sempre parte importante del fenomeno. Tradizionalmente, per la maggioranza di esse, lo scopo era quello di raggiungere il marito o il padre già all’estero. Orbene un tale andamento permane ma l’emigrazione femminile ora tende, sempre più, ad essere autonoma, finalizzata alla ricerca di un’occupazione nel Paese di destino. Ne consegue che la donna migrante sta diventando non di rado la fonte principale di reddito per la propria famiglia.

Le statistiche ci dicono dunque che negli ultimi decenni la migrazione femminile è in costante aumento. Così, mentre nel 1960 le donne e le ragazze costituivano il 46,6 % della popolazione migrante, la proporzione è salita al 49% nel 2000. Nelle regioni più sviluppate, essa raggiunge addirittura il 51%, mentre nei Paesi di tradizionale immigrazione risulta particolarmente alta tra i migranti legali (nel 2002, per esempio, la proporzione a favore delle donne giunge al 54% negli Stati Uniti d’America).

Orbene, tale costatazione di crescente presenza femminile, nel fenomeno di cui ci occupiamo, è denominato femminizzazione delle migrazioni.

In generale, la presenza femminile nel lavoro affidato ai migranti prevale nei settori che offrono bassi salari, spesso in conseguenza della globalizzazione. Le donne sono anche predominanti nell’offerta di vari servizi, per esempio nella cura degli anziani, o nell’ospitalità e nello spettacolo, oltre che nel lavoro domestico.

Nei Paesi da cui emigrano più uomini che donne, soprattutto se le norme sociali sono tali che queste ultime sono dipendenti dai familiari maschili, esse, rimanendo in patria, sono costrette a vivere in modo quasi eroico la loro parte nel progetto migratorio della famiglia. Spesso vivono, in effetti, con altri parenti e sono perciò condizionate nelle loro attività. Se le rimesse, poi, dell’emigrato risultano insufficienti, le donne sono obbligate a intraprendere o intensificare una attività economica, con ulteriore responsabilità, oltre gli altri compiti a loro affidati, quali la cura e l’educazione dei figli. Ne può venire uno stress considerevole, anche se in tal modo le donne sostengono la migrazione maschile. L’esercizio di qualche attività economica, peraltro, rende chi la compie più indipendente e dona un qualche potere.

In questo senso, forse, possiamo considerare femministe tali donne migranti, oltre la femminizzazione del fenomeno migratorio.

Si rischia così di continuare la lotta del femminismo degli anni ’70 che chiedeva di liberare la donna dal lavoro domestico e dava rilievo solo al suo impegno fuori di casa. Era, cioè, un femminismo che lottava perché la donna fosse trattata come l’uomo, per avere i suoi stessi poteri e privilegi. Questo, però, significava in fondo per la donna un prendere l’uomo come suo modello, imitandolo.

Il nuovo femminismo deve tener conto del fatto che uguaglianza non vuol dire trattare tutti allo stesso modo. A tale proposito cito la professoressa Haartland Matlary, per la quale non si discrimina solo quando soggetti uguali sono trattati in modo differente, ma altresì quando si trattano soggetti diversi in modo uguale. Molto progresso si è fatto certo nel trattamento paritario tra l’uomo e la donna sul lavoro, ma con frequenza mette seriamente in pericolo per esempio la stessa maternità, caratteristica fondamentale della donna. Essa infatti è spesso costretta a scegliere tra lavoro e famiglia e ciò minaccia quest’ultima nella quale si vede mancare l’attenzione delle madri per i propri figli. Minacciare la famiglia, cellula fondamentale della società, è lo stesso che minacciare la società e lo Stato, i quali dipendono da ciò che si vive all’interno della famiglia per la formazione dei cittadini. È dunque chiaro che l’uguaglianza cercata dal nuovo femminismo non è quella, per la donna, di essere considerata come l’uomo, ma quale donna, uguale in dignità all’uomo, ma diversa da lui”.