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Questo articolo è stato scritto da Raffaella Sacco per Il Papavero Rosso Web – http://www.ilpapaverorossoweb.it/
La rubrica ‘La Salute si impara per tutta la vita … Insieme a …’, nasce dalla collaborazione tra Il Papavero Rosso Web e Messina Web Tv
Chi deve sentirsi chiamato in causa quando si parla di spreco alimentare? Semplicemente, tutti. Dalle istituzioni alle famiglie, dai supermercati ai singoli consumatori, dalle mura domestiche ai ristoranti, alle mense. La storia dello spreco alimentare nei Paesi sviluppati va di pari passo con il benessere nei suoi effetti più nefasti come quelli del consumismo. In queste zone industrializzate, come ci fa sapere la FAO, lo spreco riguarda soprattutto gli ultimi anelli della catena alimentare (trasformazione industriale, distribuzione, eccedenze, consumo) ma le perdite di cibo avvengono anche nei Paesi in via di sviluppo seppur esclusivamente nelle fasi iniziali della produzione alimentare (allevamento, coltivazione, raccolta e trattamento della materia prima) a causa di scarse tecnologie, intemperie, infezioni. Ancora oggi, nel 2016, la differenza tra paesi ricchi e poveri si può descrivere così: da un lato chi muore di obesità, dall’altro chi muore di fame.
Leggendo le cifre inerenti allo spreco alimentare c’è da rabbrividire. Secondo il Rapporto 2015 del Waste Watcher, l’Osservatorio Permanente sugli sprechi alimentari delle famiglie italiane prodotto da Last Minute Market in collaborazione con l’Università di Bologna, solo le famiglie italiane sprecano ogni anno cibo per circa 8,4 miliardi di euro, con una media di 6,70 euro a settimana corrispondenti a 650 grammi di cibo buttato nella spazzatura. Secondo uno studio condotto alcuni anni fa dal Politecnico di Milano in collaborazione con Fondazione Sussidarietà e Nielsen Italia, la distribuzione è responsabile dell’11,6% delle eccedenze alimentari che si producono in Italia (pari a 770mila tonnellate di rifiuti l’anno) mentre il 41,6% è riconducibile proprio al consumatore finale e si verifica tra le mura domestiche.
Ma cosa favorisce questi sprechi? Sconti, promozioni, raccolte punti: è chiaro che ad essere sotto accusa è il sistema stesso del commercio che, così com’è organizzato, spinge anche i più saggi e scrupolosi consumatori a commettere qualche “errore” e a comprare più di ciò che serve realmente, e questo non solo in campo alimentare (pensiamo ad esempio a cosa succede in campo tecnologico). Ad aggravare la situazione c’è, però, l’incuria del singolo con la cattiva conservazione dei cibi e la poca attenzione alle scadenze dei prodotti.
Quello delle famiglie italiane è, però, solo una piccola parte dello spreco di cibo che avviene a livello mondiale. I dati dalla FAO corrispondono a 1,3 miliardi di tonnellate all’anno di cibo sprecato. Di queste 222 milioni sono le tonnellate buttate nei paesi industrializzati che, invece, riuscirebbero a sfamare l’intera popolazione dell’Africa Sub Sahariana.
Di fronte all’elevata criticità della situazione almeno la consapevolezza dei cittadini italiani sta aumentando. Complice anche la crisi degli ultimi anni, molti si sono detti preoccupati dallo spreco alimentare. Come risulta da un sondaggio condotto dal Waste Watcher per Expo 2015, infatti, sempre più italiani riconoscono nella tutela ambientale un valore e non una semplice necessità e si dimostrano disponibili ad attuare cambiamenti che vadano in questa direzione. Lo spreco alimentare, infatti, genera un altissimo impatto ambientale in termini di deforestazione, di consumo di risorse idriche e di emissioni di gas serra, ed è anche responsabile dei cambiamenti climatici. Ridurre gli sprechi vorrebbe dire guadagnare superficie coltivabile e preservare l’ambiente, se si pensa che per un solo kg di carne bovina servono 15.500 litri di acqua e che, in generale, gli allevamenti generano più gas serra dell’intero settore dei trasporti.
Seguire ogni giorno qualche piccolo accorgimento può aiutarci a ridurre gli sprechi e ad innalzare il livello qualitativo della nostra vita e di quella degli altri perché se si agisce tutti nella stessa direzione, quella della tutela ambientale appunto, i risultati possono essere sorprendenti:
formulare una lista della spesa per comprare solo ciò che è realmente necessario ed evitare così un inutile accumulo di prodotti;
prediligere prodotti di stagione ed acquistarli da produttori locali (costi meno elevati, maggiore genuinità dei prodotti);
non buttare gli avanzi (sono buoni anche il giorno dopo) e utilizzare gli scarti;
diminuire il consumo di junk food la cui produzione implica costi energetici elevatissimi ed un’inevitabile e continua produzione di rifiuti.
Un grande esempio in questa direzione ce lo sta fornendo la Francia. I grandi supermercati che superano i 400 metri quadrati saranno accusati di reato alimentare se non utilizzeranno il cibo invenduto o in scadenza effettuando donazioni ai più bisognosi tramite accordi stipulati con le organizzazioni del terzo settore, riciclandolo sotto forma di concime o come nutrimento per gli animali. La legge,  per chi non si adopererà in tal senso, potrà prevedere multe fino a 75mila euro e pene fino a due anni di reclusione. Si salveranno, così, fino a 8 milioni di tonnellate di cibo che ad oggi finiscono nella spazzatura a danno e beffa di chi ne avrebbe bisogno per sopravvivere. Altro suggerimento assolutamente prezioso è quello relativo alle doggy bag: nei ristoranti che servono almeno 180 pasti al giorno esse dovranno essere distribuite ai clienti per permettere a chi non abbia consumato l’intero pasto di poterlo portare a casa. Quella che si va attuando in Francia è una legge che tutela la dignità umana e che al tempo stesso salvaguarda l’ambiente, è un insieme di buone pratiche da parte del singolo e del pubblico per raggiungimento del bene comune.
Quella dello spreco alimentare è sicuramente un’urgenza da affrontare ma anche una domanda etica alla quale non ci si può sottrarre. È fondamentale dunque che la sensibilizzazione e l’educazione alimentare, possibilmente anche nelle scuole, siano sempre vive affinché un’alimentazione più sana e senza sprechi sia scelta non solo per necessità ma anche perché rappresenti per tutti una modalità più giusta per stare al mondo e più efficace per rispettare il mondo.