Nostra intervista al Prof. Vincenzo Piccione

  1. Gli inglesi usano il termine desertification mentre noi invece distinguiamo desertificazione da desertizzazione. Vogliamo approfondire questo distinguo?

Dalla Conferenza sull’Ambiente e lo Sviluppo, tenutasi a Rio de Janeiro nel 1992, è scaturita la Convenzione delle Nazioni Unite sulla Lotta alla Desertificazione e la definizione ossia il degrado del territorio nelle zone aride, semi-aride e sub-umide secche attribuibile a varie cause come, ad esempio, le variazioni climatiche e le attività umane. Ma la lingua italiana, notoriamente più raffinata della inglese, in effetti ci offre due lemmi: desertizzazione e desertificazione. Il primo definisce l’avanzata di un deserto in un’area geografica; il secondo il degrado biologico – perdita di fertilità – del suolo a causa del cambiamento climatico, dell’attività impropria dell’uomo e altri processi naturali. Comunque agronomi e climatologi concordano ormai da tempo nel definire la desertificazione la perdita di produttività del suolo e l’apri pista dell’avanzata del deserto (desertizzazione). Due lemmi, in definitiva, apparentemente simili ma in realtà distinti.

 

  1. Quali fattori naturali e non provocano la desertificazione?

La desertificazione è dovuta a fattori naturali e all’azione dell’uomo. Tra i fattori naturali di certo il CLIMA e, nello specifico, siccità, aridità e precipitazioni, il PAESAGGIO, del quale soprattutto i processi di erosione del suolo correlati alle tipologie dei pendii, la VEGETAZIONE, quest’ultima intesa come degenerazione della copertura ed involuzione da bosco, a macchia, gariga, steppa e infine suolo nudo e, per finire, le CARATTERISTICHE DEI SUOLI. Tra le azioni dell’uomo ricordiamo l’utilizzo delle risorse idriche, del territorio, la deforestazione, gli incendi, l’agricoltura e la zootecnia e, non ultimo, l’urbanizzazione.

 

  1. Il territorio siciliano potrebbe nel volgere di qualche decennio trasformarsi in una arida landa deserta?

Con il team dell’Università degli studi di Catania abbiamo verificato la velocità di perdita media annua di fertilità del suolo della regione. Negli ultimi 80 anni sembrerebbe sia proceduta ad una velocità media annua di 117 Kmq. Sulla base dei dati della NASA per il Mediterraneo si prevede al 2030 un incremento di temperature di 1,4 °C e un decremento di precipitazioni (-27%) rispetto al periodo di riferimento 1960-1990. Letto in ottica di desertificazione secondo il modello MEDALUSMEditerranean. Desertification And Land USe fra 10 anni il 75% del territorio siciliano sarà affetto da rischio desertificazione critico. La classe di rischio peggiore.

 

  1. Oltre alla Sicilia il rischio desertificazione interessa altre regioni italiane?

In occasione del Convegno sulla Desertificazione che si è svolto il 26 agosto 2015 nell’Auditorium del Palazzo Italia all’Expo Milano sono state presentate le percentuali di territorio nazionale e regionale a rischio desertificazione. É emerso che il 21% del territorio nazionale di cui il 41% nel sud è a rischio. Passando alle regioni Sardegna, Marche, Emilia Romagna, Umbria, Abruzzo e Campania presentano incidenze di rischio comprese tra il 30 e il 50%. Molise, Puglia, Calabria e Basilicata si collocano fra il 50 e 60%. La Sicilia svetta al 70%.

 

  1. Passando dalla constatazione dell’alto rischio desertificazione per la regione alla possibilità di mitigazione abbiamo studi che fanno ben sperare?

Abbiamo studiato la risposta delle aree boscate al rischio desertificazione ricostruendo tre scenari che tenessero conto della distribuzione e consistenza dei boschi in Sicilia, oggi stimati intorno al 10%. La risposta al rischio desertificazione dei territori boscati è stata letta mettendo a confronto due periodi: la prima metà del secolo scorso con la seconda. Abbiamo potuto verificare che se la presenza del bosco nel primo periodo veniva meno nel secondo per cause varie quella zona riusciva a conservare non più del 33% del territorio in condizione non minacciata. Viceversa quei territori che nella prima metà del secolo scorso non presentavano formazioni boschive e nella seconda metà, grazie a riforestazioni, ritorni alla naturalità, soprattutto per assenza di disturbo dell’uomo, la componente boschiva produceva una sensibile riduzione del rischio desertificazione – la condizione non minacciata interessava il 66% del territorio boscato. Laddove il bosco era presente sia nella prima metà del secolo scorso che nella seconda – quindi un bosco secolare – il rischio desertificazione è inesistente – l’interrogazione del database georiferito ci restituisce un 99,1% di territorio non minacciato

 

  1. Mi sembra di capire che possiamo ridurre il rischio desertificazione piantando alberi. Mi corregga se sbaglio?

Non sbaglia. Alla luce di quanto già affermato la soluzione sembrerebbe banale ossia avviare un ampio programma di riforestazione. Ma possiamo fare molto di più in quanto disponendo di una banca dati georiferiti con risoluzione a terra di 50 m x 50 m di maglia, con un patrimonio di dati per ogni strato tematico di oltre 10 milioni di dati, complessivamente 25 strati tematici che, tradotti in numeri, raggiungono la ragguardevole cifra di oltre 250 milioni di dati, diventa fattibile la programmazione mirata degli interventi attraverso interrogazioni mirate.

 

  1. Approfondiamo questo aspetto. Preso atto del rischio vorremmo soprattutto saper intervenire per mitigare il fenomeno?

La Banca dati adotta il metodo MEDALUS, con cui è stata realizzata la carta del rischio desertificazione della Sicilia, metodo che consente di distinguere il territorio in tessere che rientrano in una classe di rischio – dal non minacciato, al potenziale, al fragile e infine al critico. Il metodo MEDALUS consente di distinguere a sua volta sia la classe fragile che critico in tre subclassi. Disponiamo quindi di una classificazione sufficientemente sofisticata che consente di individuare le aree dove è più opportuno intervenire correlandolo ai costi di intervento e ai fattori predisponenti.

 

  1. Se ho capito bene possiamo risalire alle cause scatenanti?

Esattamente. E quindi per ritornare alla reforestazione, e non solo, mentre nel passato si è agito in maniera arbitraria oggi possiamo intervenire sul territorio con una programmazione che tenga conto delle priorità, su quale fattore incidere, del grado di successo atteso, del costo dell’azione. Tutto ciò il MEDALUS lo consente.

 

  1. Sappiamo che avete messo a punto un indice che arricchisce le potenzialità del MEDALUS. Ce ne può parlare?

Certamente. Il MEDALUS consente di conoscere il livello di rischio desertificazione di un ambito territoriale restituito da una gamma di colori dall’azzurro (non minacciato) al rosso intenso (critico 3). Ma se vogliamo conoscere qual è il grado complessivo di rischio di una zona rispetto ad altre aree l’impresa diventa difficoltosa. Abbiamo sviluppato un indice che in maniera pesata restituisce in una scala da 1 a 100 i valori di ogni singola tessera di territorio. Siamo quindi in grado di produrre sofisticate classificazioni non solo del rischio ma anche dei fattori predisponenti. Grazie a questo indice possiamo monitorare agevolmente anno per anno l’andamento del rischio di un qualunque ambito territoriale.

 

  1. Mi sembra di capire che avete realizzato un termometro che legge la febbre di un territorio?

Quello che lei chiama termometro nell’ambito di un progetto che sta realizzando l’IRSSAT – Istituto di Ricerca per lo Sviluppo e lo Studio del Territorio e dell’Ambiente – è stato chiamato CRUSCOTTO. In atto è un prototipo che interrogato dall’utente dà risposte a scala regionale, provinciale e comunale consentendo di ricostruire scenari di singoli anni o periodi. Nel momento in cui supererà la fase di collaudo consentirà, sulla base di quasi 100 anni di osservazioni, di fornire risposte di natura preditt  iva. Intervenendo sui macrofattori del modello, soprattutto vegetazione e gestione del territorio, si potranno simulare i gradi di successo attesi di un intervento programmatorio corredandoli, ad esempio, ai costi da sostenere.

 

  1. Nasce spontanea una domanda perché non si conosce e non viene valorizzato uno strumento simile?

Perché i risultati della ricerca nelle Università e negli Enti di Ricerca – ENEA, CNR. etc. – difficilmente vanno all’attenzione dei politici e ancor più improbabile che si traducano in ulteriori sperimentazioni e applicazioni a causa di una infernale macchina burocratica che non trova riscontro in altre parti del mondo. Ecco perché i nostri giovani ricercatori che vorrebbero dedicarsi alla ricerca senza perdere tempo nelle pastoie burocratiche fuggono dalla nostra terra. Li prepariamo e li regaliamo a quelle nazioni che non soffrono di questi problemi e che hanno capito da tempo l’importanza, ad esempio, di acquisire sempre più brevetti. Brevetti che in Italia sono una rarità.

Calendario Ambientale 2019

Prof. Piccione

Cambiamenti Climatici e la Lotta alla Desertificazione nella ns. Regione è il Tema della 8^ edizione del Calendario Ambientale, scaricabile all’indirizzo:  https://goo.gl/CLkXjy

Nel video  il Prof. Vincenzo Piccione durante il Festival dello Sviluppo Sostenibile 2018.