Andiamo a prenderci un gelato al Faro?” oppure “…a Ganzirri?.
porticciolo inglese oggiCon l’arrivo delle belle ed assolate giornate primaverili è consuetudine sentire fra i giovani ed i meno giovani domande o affermazioni di questo genere. E’ innegabile che le zone comprese fra i laghi di Ganzirri e Torre Faro rappresentano una delle mete preferite per passare un piacevole pomeriggio domenicale all’insegna di una salubre passeggiata, una dolce degustazione e della possibilità di rilassarsi alla vista del meraviglioso panorama dello Stretto. Spesso ci si sofferma su dei particolari che attraggono l’attenzione del turista o del viandante ai quali, però, non è possibile dare risposta immediata: ad esempio, guardando i laghi, i canali che li mettono in comunicazione fra di loro e con il mare.

La curiosità, non trovando soluzione nei ricordi, spontaneamente spinge a chiedersi: cosa accadde, quando e perché furono costruiti?
lago piccoloLa mente deve viaggiare indietro fino al periodo della Rivoluzione Francese e dell’Impero Napoleonico. A quel tempo del dominio dei Borboni di Napoli era rimasta solo la Sicilia e si temeva un’improvvisa invasione da parte delle truppe francesi. L’Inghilterra, su specifica richiesta, inviò prontamente un corpo di spedizione che, affiancandosi alle truppe regie, contribuì a rinforzare le difese dell’isola.
canale tirrenoIl 13 marzo 1799 una flotta inglese sbarcava in Messina una prima aliquota di truppe, costituita da 1200 fanti e artiglieri, e il giorno dopo, proveniente da Palermo, giungeva, seguito dal suo stato maggiore e da piccola scorta di truppe inglesi e siciliane, il generale Sir Carlo Stewart, cui veniva affidata la difesa della città e del suo litorale. Complessivamente, scrive Salvatore Calleri in “Messina moderna”, 3000 fanti inglesi occuparono la città. Immediatamente si procedette alla costruzione di diverse opere. Leggiamo negli “Annali della città di Messina” di Gaetano Oliva che: “[…] costruivansi con tutta sollecitudine molte batterie sulla spiaggia, mettendo fra l’una e l’altra batteria un’infinità di pali, diretti a proteggere il radunamento successivo delle cannoniere e delle barche, di cui se n’era fatta in tutti i punti requisizione, tanto da formare due divisioni, ciascuna di 50 barche, convogliata da cinque a sei grosse e ben armate cannoniere. […] gl’Inglesi, per maggior comodo del trasporto delle pesanti artiglierie, fecero carrozzabile la strada Consolare fino al casale di Mili dal lato di mezzogiorno, e fino alla Torre del Faro dal lato di tramontana della città. In pari tempo sulle alture di Curcuraci costruirono dei grandi quartieri per accamparvi la maggior parte delle loro truppe; ed è per questo che quel sito fino allora chiamato il Piano dei Campi, andò poscia denominato e comunemente inteso col nome di Campo degl’Inglesi. […]”.
Durante l’occupazione britannica la Riviera Nord acquistò un particolare valore strategico e furono eseguite consistenti opere che hanno influito positivamente sull’assetto territoriale. L’esercito britannico infatti non si limitò a costruire strutture difensive ma eseguì una serie di interventi generali. Franco Chillemi, nella pregevole opera “I Casali di Messina”, ci fornisce una chiara e sintetica descrizione dei principali interventi: “[…]Fu allora sistemata la via Consolare Pompea per agevolare il collegamento con la città (1810) […] Furono realizzati inoltre i canali che collegano il lago Faro col Tirreno e lo Stretto in modo da bonificarlo ed utilizzarlo per il ricovero di imbarcazioni militari […]”. Proprio tale realizzazione viene particolarmente sottolineata dall’Oliva “[…] l’opera che meglio non avrebbe potuto idearsi a favore della difesa dell’isola, e di Messina specialmente, è stato il canale che tagliava a traverso il villaggio del Faro, formando un passaggio per il mezzo del lago piccolo dal mare dello stretto a quello che è a tramontana della Torre, ossia fra il mare Ionio ed il mar Tirreno[…]”. Lo storico peloritano spiega che il canale era particolarmente utile sia ai fini della difesa marittima dello Stretto che per garantire maggiore sicurezza ai naviganti. Proprio su quest’ultimo aspetto giova ricordare le parole di Andrea Gallo (raccolta epistolare pubblicata nel 1757) il quale, sotto il nome anagrammatico di Aldo canale tra i laghiLa Grane, così scrisse a proposito dello Stretto e delle sue correnti: “[…] Dal detto sciglio cominciano le correnti meravigliose, ed impercettibili, che umiliano i maggiori Piloti del Mondo, a’ quali rapiscono i vascelli e (a dispetto del vento che spira in contrario) gli spingono, or a rompere, or lontano dal Porto, che vorrebbero prendere […]”. La possibilità, quindi, di permettere l’ingresso nello Stretto attraverso i canali ed il lago piccolo avrebbe evitato, soprattutto ai marinai meno esperti, seri problemi di navigazione.  “[…] il detto seno, – precisa L’Oliva – di figura ovale, con fondo duro e sabbioso, aveva una profondità da 14 a 25 passi, e gradualmente meno verso la sponda. Le due aperture, che introducevano le acque dal lido al lago, erano lunghe ciascuna più di 1700 piedi […]”. La serie degli interventi britannici non finì, infatti, prosegue l’autore messinese, “[…] un’altra comunicazione di maggiore estensione se non d’importanza […] si aprì anche dagl’Inglesi fra il lago piccolo al Faro e quello grande dei Ganzirri; comunicazione che venne tagliata da sopra alle paludi, cui essendo molto più basso il livello poté darsi facilmente lo scolo, e render l’aria di quelle contrade più sana in ogni stagione […]”. Anche il Chillemi fa menzione di questi importanti lavori: “[…] e si iniziò la bonifica delle paludi di Margi, malsano avanzo del terzo pantano […]”. Giova sottolineare che durante i lavori di scavo per realizzare il canale di comunicazione tra i due pantani (1812) vennero portate alle luce alcune vestigia di età classica. Un’ampia disamina sull’argomento, che non è oggetto del presente scritto, è reperibile nelle preziose opere “Illimite Peloro” (di Nicola Aricò) e “Gialò – I misteri del Peloro” (di Giuseppe Buceti).
canale tirrenoI canali sono visibili ai giorni nostri, navigabili solo da piccole imbarcazioni, anche se quelli di collegamento con il mare non hanno più la stessa funzione per la quale furono edificati. In evidente stato di abbandono quello che sfocia nel Tirreno (località “Torre Bianca” o “Torre Mazzone”), circondato da importanti stabilimenti balneari o luoghi di ritrovo per ricevimenti e ristoro, sul cui stato notiamo diverse analogie con quanto osservato qualche secolo fa dall’Oliva: “[…] Oggi non resta che quella soltanto che guarda verso Est-Sud-Est, cioè il mare dello Stretto: l’altra è quasi del tutto interrata, ed ostruisce barbaramente una comunicazione che avrebbe la massima importanza in caso d’una guerra marittima […]”; migliori le condizioni sull’altro versante (“Torre Faro”), dove, nonostante i lavori di rifacimento del manto stradale e della antistante piazzetta, è ancora possibile osservare i resti del porticciolo inglese costruito alla foce del canale.