LA RESA DELLA CITTADELLA DI MESSINA

Ai nostri giorni, passeggiando per la zona falcata, notiamo, distrattamente, una serie di fatiscenti costruzioni, parte antiche e parte moderne, villaggi per gli zingari, officine per la riparazione di veicoli di vario genere, cantieri navali, depositi di carburante e quantaltro.

Ormai la memoria va lentamente perdendosi così come si stanno definitivamente cancellando le tracce di un’importante struttura fortificata, conosciuta nel corso dei secoli come la “Cittadella di Messina”.

LA RESA DELLA CITTADELLA DI MESSINA 01 Edificata nel periodo immediatamente successivo alla repressione spagnola, conseguente la rivolta messinese del 1674-1678, venne inaugurata il 6 novembre 1683. Il particolare momento storico in cui fu costruita (mentre si applicavano le sanzioni alla città ribelle), la necessità tecnica di demolire il quartiere di Terranova a ridosso della fortezza e agli avvenimenti del 1848, hanno fatto sì che essa sia stata semplicisticamente interpretata come simbolo di tirannide ovvero del legittimo imperio dello Stato. Precisa Franco Chillemi, nell’opera “Il Centro Storico di Messina”, che fu detta “eterno freno dei malcontenti” dai sostenitori degli Spagnoli e bollata come “infame” dal popolo. La popolazione messinese tirò, dopo secoli, un vivo sospiro di sollievo il 13 marzo 1861 quando, con la resa della Cittadella alle truppe piemontesi, finì il governo borbonico sulla città, che entrava a far parte del regno d’Italia.

Vediamo qual’era la situazione a Messina all’inizio dell’anno 1861, avvalendoci del sapiente racconto di Gaetano Oliva che, negli “Annali della città di Messina”, registra: “[…] I primi tre mesi dell’anno 1861 non passavano, però, senza nessuna preoccupazione per la città di Messina; chè la Cittadella e i due forti del S. Salvatore e di Don Blasco stavano tuttora in mano delle truppe borboniche. Malgrado l’intervento delle truppe del Re Vittorio Emanuele, e la proclamazione del regno d’Italia, le tre piazze forti di Gaeta, di Messina e di Civitella del Tronto mantenevano la loro resistenza. Nella sola Gaeta, cinta d’assedio, era guerra guerriata; in Messina e Civitella del Tronto continuava la tregua secondo i patti; però, uno stato così incerto di ciò che riserbato avesse l’avvenire rendeva talvolta inquieti di messinesi, cui non tardava l’ora di vedere atterrata quella Cittadella, costruita dai despoti per infrenare il loro liberalismo […]”.

LA RESA DELLA CITTADELLA DI MESSINA 02 La fortezza, scrive Piero Pieri nella “Storia militare del Risorgimento”, era un arnese da guerra veramente robusto e possente. Agli ordini del generale Fergola, uomo rispettato dai suoi subalterni che condurrà sino in fondo la difficile operazione di resistenza ottenendo sempre il completo apprezzamento dei suoi uomini, l’imponente struttura era presidiata, evidenzia Salvatore Calleri in “Messina Moderna”, da circa 4.500 uomini (appartenenti alla 13º Direzione Artiglieria, al 2º Battaglione del Genio, ed al 3º, 5º e 6º Reggimento di linea), ben forniti di viveri, con 455 vetusti cannoni, circa 7.000 fucili, 3.000 sciabole e ingenti scorte di munizioni.

Questi uomini in effetti presidiavano ormai le possenti opere già dal luglio dell’anno precedente, ed avevano appreso, deformate dalla narrazione, la travolgente epopea garibaldina e la inarrestabile disfatta del loro regno, fino all’allontanamento del legittimo sovrano. Nonostante ciò, sottolinea Flavio Russo nell’opera “La difesa costiera del regno di Sicilia”, con il morale a livelli intuibili, nessuno aveva preso seriamente in esame la possibilità di arrendersi. Di contro, il governo piemontese aveva inviato a presidio della città la Brigata “Pistoia” (35° e 36° fanteria), forte di circa 3.900 uomini.

LA RESA DELLA CITTADELLA DI MESSINA 03 “[…] Mentre volgeva lo assedio di Gaeta, – prosegue l’Oliva – correva voce in Messina che, vinta quella fortificazione, i reali avrebbero resa la Cittadella. Vivevano i messinesi in questa dolce lusinga, ed ogni durato affanno trovava un compenso nella caduta di un baluardo, che, sin dal 1694, minacciosamente sorgeva a sostegno della tirannide […]”. La piazzaforte di Gaeta capitolò il 13 febbraio; il re con il suo seguito e le truppe fedeli si ritirò nello Stato Pontificio, chiedendo agli ultimi uomini rimasti in armi nel regno di continuare a resistere.Si legge infatti negli Annali che “[…] La Cittadella, anche senza alcun prò per la causa borbonica, sarebbe rimasta ancora minacciosa, per contender loro quella libertà già conseguita da tutti gli altri cittadini del regno […]”. Il generale Chiabrera, comandante del presidio della città, il 17 febbraio intimò la resa ma, dal generale Fergola, ebbe la seguente risposta: “Il Re lo vuole, l’onore ed il dovere lo impongono; e si difenderà la piazza. Questo è il desiderio di tutti.

LA RESA DELLA CITTADELLA DI MESSINA 04 Si presenta nuovamente all’avanzata l’Aiutante di Campo del Generale Cialdini al quale si risponde: che la piazza si difende e non si rende; tali essendo gli ordini del Re, gli si consegna il seguente officio del generale Chiabrera. Signore – Prestando fiducia a quanto espone coi suoi distinti fogli del 14 e 17 corrente, circa la resa di Gaeta, mi onoro farle conoscere che: non son tenuto a cedere questa Real Fortezza, per non essermi pervenuto alcun ordine da Sua Maestà il Re mio Augusto Signore. In conseguenza di che sono nell’obbligo manifestarle che: da militare d’onore starò alla difesa della fortezza con tutta la guarnigione che mi dipende fino a che non saranno esauriti i mezzi di una valida e onorata difesa. Firmato-FERGOLA”. Il comandante borbonico già il 14 febbraio comunicando ai mesti soldati le gravi nuove di Gaeta ne stimolò l’orgoglio a sostenere la terribile prova che si sarebbe, entro breve, abbattuta su di loro. La motivazione insisteva sul vincolo di fedeltà e, maggiormente, sull’onore militare, tornando chiaro a tutti che le speranze di rientro dell’antico sovrano fossero pressochè nulle.

L’ostinatezza del Fergola costrinse il Governo italiano a non porre più indugio. Il 27 febbraio giunse in porto la squadra piemontese al comando del generale Cialdini. Vennero sbarcate truppe e artiglierie (9° reggimento fanteria “Regina”, 4 battaglioni di bersaglieri e 6 compagnie del genio) e si avviarono i lavori per predisporre l’attacco definitivo alla Cittadella. Per ordine del generale Cialdini, il generale Avenati assunse il comando dei reparti combattenti di linea, il generale Valfrè quello delle artiglierie (vennero approntate diverse batterie, armate di cannoni e mortai di grande gittata, in località Pizzillari, Mosella, Cimitero, Palmara e Noviziato), l’ammiraglio Persano con la sua flotta cercò di impedire le comunicazioni tra la roccaforte e il mare. Il generale borbonico assisté impotente a tali operazioni e tentò invano di scongiurare il prosieguo con una serie di lettere, in una delle quali minacciò, osservata la posizione delle batterie d’assedio sistemate in pieno centro urbano, di aprire il fuoco contro la città.

LA RESA DELLA CITTADELLA DI MESSINA 05 Il Cialdini, duramente, rispose: “In risposta alla lettera che mi à fatto l’onore inviarmi ieri debbo dirle: 1° Che il Re Vittorio Emmanuele, essendo stato proclamato Re d’Italia dalParlamento di Torino, la condotta di Lei sarà considerata come aperta ribellione. 2° Che per conseguenza non darò a Lei, né alla sua guarnigione capitolazione di sorta, e che dovranno rendersi a discrezione. 3° Che se Ella farà fuoco sulla città, io farò fucilare dopo la presa della Cittadella altrettanti uffiziali e soldati della guarnigione, per quante saranno state le vittime del di Lei fuoco contro Messina. 4° Che i di Lei beni e quelli degli uffiziali saranno confiscati per indennizzare i danni recati alle famiglie dei Cittadini. 5° E per ultimo che consegnerò Lei, ed i suoi subordinati al popolo di Messina. Ho costume di tenere la parola, e senza essere accusato di iattanza, le assicuro che in poco tempo Ella ed i suoi saranno in mio potere. Dopo ciò faccia come crede. Io non riconoscerò più nella S.V.Ill. un militare, ma un vile assassino, e per tale lo terrà l’Europa intera. Firmato- CIALDINI”.

Non si può che concordare con il Russo in merito alla condotta del Cialdini, il quale giunse al punto, assolutamente censurabile per un soldato di qualsiasi nazione – anche di gran lunga meno civile – di ricorrere alla intimidazione e alla minaccia personale, rivolte verso un collega, colpevole in definitiva di attenersi scrupolosamente agli ordini ricevuti, difendendo quell’estremo lembo del suo regno, aggredito ed occupato da un’altra nazione, senza alcuna dichiarazione di guerra.

LA RESA DELLA CITTADELLA DI MESSINA 06 La Cittadella aprì il fuoco il giorno 9 marzo in direzione dei punti ove le truppe italiane costruivano le postazioni per mettere in batteria le artiglierie, rispettando scrupolosamente la città. In particolare il Fergola ordinò di fare fuoco sulla fiumara di Contesse contro convogli di munizioni scaricati al largo dai trasporti militari. Accidentalmente due proiettili colpirono l’abitato, tanto che, riporta l’Oliva, “[…] il Fergola se ne scusò, mostrandone il più forte rammarico, sì che il procedere di lui, tanto diverso dal primitivo, lo riconciliò completamente col Cialdini; e la guerra, non più fatta al popolo di Messina, ma guerriata fra i militari delle due parti, procedette con quella cavalleria ch’era desiderabile non fosse mai venuta meno […]”. Le truppe dell’Avenati, intanto, respinsero un tentativo borbonico di sortita dal forte Don Blasco. Lo stesso giorno fu iniziato dai piemontesi il fuoco di artiglieria, che continuò, per quanto poco intensamente, il 10 e l’11. Di fatto, il vero bombardamento inziò la mattina del 12, verso mezzogiorno proseguendo senza soluzione di continuità fino al tramonto, col fuoco di 43 cannoni e 12 mortai.

In questa circostanza si rivelarono veramente efficaci contro l’apparato difensivo della Cittadella i cannoni a retrocarica rigati che qui furono per la prima volta sperimentati dopo la loro invenzione, dovuta al generale piemontese Giovanni Cavalli. Vediamo i particolari della giornata magistralmente descritti dall’Oliva: “[…] Il giorno 12 marzo, e precisamente allo scocco del mezzodì, cominciò il fuoco delle batterie di approccio contro la Cittadella: più di 50 cannoni e mortai rigati, per quattro ore continue, vomitarono la loro micidiale pioggia di proiettili esplodenti, che devastarono in modo orribile le spesse muraglie di quei fortilizii, che parevano invulnerabili.

Il forte Don Blasco fu sgombrato rapidamente ai primi colpi, essendo privo di casamatte; non così la Cittadella, che, sebbene rispondesse ben poco con le sue batterie coperte, sopportò più a lungo il fuoco, che incessante e nutrito cadeva sopra di essa. Un forte incendio si sviluppò in un magazzino di paglia sottostante all’abitazione del comandante la piazza, ed alimentato dal vento, che quel giorno spirava fortissimo, coprì di fiamme e di fumo una gran parte della Cittadella; e come se ciò fosse poco, l’immane incendio apprendendosi ben tosto ad una riserva di granate sulla batteria S. Carlo, il fragore che ne produsse fu tale che si credette un istante ad uno scoppio di polveriera.

LA RESA DELLA CITTADELLA DI MESSINA 07 L’impressione che tutto ciò produsse sull’animo degli uomini della guarnigione fu così terrificante che poco dopo si vide sventolare sulla cinta del bastione, detto il Cavaliere, una pezzuola bianca; e, siccome, malgrado ciò, e malgrado che sugli spalti della Cittadella da parecchie ore non si vedeva più un artigliere, le batterie dell’esercito italiano non cessavano di tempestarla co’loro tiri ben diretti e micidiali, un’altra se ne rizzò sul forte del Salvatore, che non era punto entrato nell’azione […]”. Luigi Gaeta, in “Nove mesi di Messina e la sua Cittadella”, riporta che dopo il martellante cannoneggiamento alcuni bastioni risultarono seriamente danneggiati, minacciando di crollare, mentre in diversi punti della fortezza si alzarono alte fiamme che avanzarono pericolose verso i magazzini nei quali era depositata un’enorme quantità di polvere proveniente dalle piazze abbandonate dell’isola. Anch’egli sottolinea che quando fu issata la bandiera bianca il bombardamento piemontese non cessò, ma stranamente si protrasse per alcune ore. Alle 17 i borbonici chiesero una tregua di ventiquattro ore negata, però, dal Cialdini, che concesse tre ore in tutto per la resa a discrezione, firmata poi alle ventuno.

In realtà, la Cittadella, terribile spina nel fianco per Messina nel 1848, con le opere accessorie s’era arresa dopo sei ore di bombardamento intenso. Il 13 marzo 1861, alle ore 7, la guarnigione borbonica abbandonò disarmata l’austera fortezza. Il rappresentante del Re d’Italia, precisa Salvatore Calleri, considerando che la resistenza era stata determinata da un senso di fedeltà a un impegno militare, la lasciò libera, dopo aver abbandonato ogni idea di vendetta, non volendo considerare prigionieri, né avversari, cittadini che ormai divenivano parte integrante, anche loro, della grande famiglia italiana.

Significative le parole dell’Oliva, nelle quali si evidenzia lo stato d’animo di felicità e di fratellanza che seguì la capitolazione del vessillo borbonico: “[…] con la presa di possesso delle truppe del Re Vittorio Emmanuele, nello stesso luogo, e la stessa asta, ove poche ore prima sventolava l’odiata bandiera del nemico, il popolo salutò il levare del vessillo redentore. Mai Messina, come in quel giorno, aveva provato compiacimento e letizia maggiori: le persone, che mai si erano conosciute, con gli occhi pregni di lagrime, imbattendosi nelle strade e nelle piazze, si abbracciavano, si baciavano, si felicitavano scambievolmente pel fausto scioglimento d’un voto, ch’era pur quello de’loro padri, pel conseguimento d’un bene che credeasi dovesse tutti i presenti ed i futuri rigenerare![…]”.

Ai generali Cialdini e Avenati e agli altri capi militari che riuscirono a portare a compimento l’impresa si mostrò grata la cittadinanza messinese: essi vennero infatti proclamati dal Municipio cittadini onorari della città del Peloro.

Da quel giorno, segnato dal tricolore maestosamente sventolante sugli spalti della Cittadella, la meravigliosa storia della città del Peloro confluì nel grande filone della storia d’Italia.