Il prof. Vincenzo Piccione, già docente in discipline di Valutazioni Ambientali dell’Ateneo catanese e componente del Comitato Scientifico dell’IRSSAT – Istituto di Ricerca, Sviluppo e Sperimentazione sull’Ambiente e il Territorio intervista la prof.ssa Rosanna Costa, esperta geobotanico e vicepresidente della Consulta Scientifica dell’IRSSAT, sui temi della tutela ambientale con particolare attenzione alle problematiche legate alla Rete Natura 2000.

 

Un’area protetta (parco o riserva) è un’isola con funzioni di preservare la natura e fermare l’impatto umano. La comunità locale è esclusa dal territorio, in quanto minaccia per gli ecosistemi naturali, mentre è fruibile per i turisti. La perimetrazione di isole più o meno estese ha permesso di salvaguardare porzioni di territorio di pregio, ma non consente di perseguire una rete di interazioni e interconnessioni con il resto dell’ambiente naturale, socio-economico e culturale.

Oggi sappiamo che un’area protetta non può essere isolata dal contesto che la circonda.

Non è un caso che il concetto di Sviluppo Sostenibile confermi l’opportunità di un’interazione tra conservazione e sviluppo per quanto riguarda le aree protette, intese laboratori per ricercare forme di sviluppo sostenibile e di modelli.

La messa in rete di tutte le aree protette determina una infrastruttura naturale; un ambito privilegiato entro il quale sperimentare nuovi modelli di gestione e di crescita durevole e sostenibile.

Obiettivo generale della politica comunitaria è proteggere e ripristinare il funzionamento dei sistemi naturali e arrestare la perdita della biodiversità. La strategia è stata incardinata nella Direttiva comunitaria “Habitat” n. 92/43/CEE, relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali e della flora e della fauna selvatiche, in continuità con un precedente intervento comunitario in tema di conservazione delle risorse naturali (Direttiva “Uccelli” n. 79/409/CEE che già, a suo tempo, aveva posto le basi per la creazione di una rete europea di aree protette concernente la conservazione di tutte le specie di uccelli selvatici).

Le Direttive “Habitat” e “Uccelli” intendono creare una rete ecologica europea di zone di tutela – denominata appunto “Rete Natura 2000” – per tutelare le caratteristiche naturali più tipiche, rare e a rischio di scomparsa dell’Unione Europea. Lo scopo è garantire un soddisfacente stato di conservazione ai tipi di habitat naturali e alle specie selvatiche in pericolo in armonia con uno sviluppo sostenibile delle attività dell’uomo.

La “Rete Natura 2000” è costituita dall’insieme dei siti denominati ZPS (Zone di Protezione Speciale) e SIC (Siti di Importanza Comunitaria) e designati come ZSC (Zone Speciali di Conservazione) al termine dell’iter istitutivo. Le ZPS e le ZSC perseguono la presenza, il mantenimento e/o il ripristino di habitat e di specie peculiari, particolarmente minacciati di frammentazione ed estinzione.

Oltre alla conservazione della biodiversità, alla valorizzazione della funzionalità degli habitat e dei sistemi naturali, si valuta, la qualità attuale del sito e la potenzialità degli habitat di raggiungere un livello di maggiore complessità.

La “Rete Natura 2000” non si sostituisce alla rete dei parchi, ma con questa si integra per garantire la piena funzionalità di un certo numero di habitat e l’esistenza di un determinato insieme di specie animali e vegetali.

Tutti gli strumenti di pianificazione e programmazione territoriale devono, ai sensi dell’art. 5 comma 1 del DPR 357/97, tenere conto della valenza naturalistica e ambientale dei pSIC, dei SIC, delle ZSC e delle ZPS.

Devono pertanto essere sottoposti alla Valutazione d’Incidenza Ambientale; i proponenti devono predisporre apposito Studio di Incidenza, elaborato conformemente ai contenuti dell’allegato G de DPR 357/97 e con riferimento alle schede riportanti i motivi di tutela di ciascuno dei siti della “Rete Natura 2000”.

 

L’intervista

Particolarmente illuminante la seconda parte dell’intervista nella quale la prof. Costa evidenza i limiti di Studi d’Incidenza elaborati da professionisti senza competenze specialistiche quali la conoscenza delle specie vegetali e animali e la capacità di caratterizzare gli habitat del sito soggetto di studio, quest’ultima perseguibile solo attraverso una campagna di rilievi fitosociologici.

Il prof. Piccione accenna a fine intervista una criticità lamentata da più parti: la non competenza di alcune commissioni locali preposte a dare un giudizio allo Studio d’Incidenza che il professionista sottopone.

Pur condividendone la criticità la prof. Costa chiude l’intervista con un messaggio di speranza.