Buona la prima per “Lelè il mafioso.it”, il musical alla siciliana maniera che ha debuttato ieri al Teatro Vittorio Emanuele, prodotto e sceneggiato da Paolo Picciolo per la regia di Nicola Alberto Orofino.


Tutto esaurito (o quasi): un teatro gremito, un pubblico pienamente coinvolto dal piglio leggero e ironico della narrazione, dagli immancabili riferimenti alla tradizione artistica e culinaria siciliana dentro i quali si inscrive una morale più profonda della favola, a tratti provocatoria, e che fa riflettere.

È la storia del passato e del presente che si rincontrano, in un futuro ipotetico, (la vicenda è ambientata nel 2050) e devono fare l’uno i conti con l’altro. Don Vito Caronia, interpretato da uno spassosissimo Francesco Foti, boss dei boss della vecchia mafia, torna direttamente dall’oltretomba mandato da “Sua eccellenza” (Cosimo Coltraro, nel duplice ruolo di “Alfa”) per ripristinare lo status quo del potere mafioso che rischia l’estinzione. Ad attenderlo, si renderà conto, c’è una società nuova, rappresentata dalla figura di Lelè Caronia (Mirko Darar), il figlio omosessuale di Don Vito che quest’ultimo ha tentato di far arrestare perché un ostacolo per gli affari della cosca, soccombendo, tuttavia, al gioco che lui stesso ha ideato. Mentre Don Vito scontava la sua pena al 41bis, Lelè — CEO in tacco 12 —  ha trasformato indisturbato l’organizzazione mafiosa in un’azienda pulita, facendola diventare una casa di moda, un marchio alberghiero, nonché produttrice ed esportatrice in tutto il mondo di prodotti tipici siciliani grazie al sito “ilmafioso.it”. Ha creato un parco divertimento a tema, Mafialand, e un museo della Mafia. Il simbolo dell’azienda è un tacco stiletto rosso, che i dipendenti sono costretti a sfoggiare sul posto di lavoro, «per non dimenticare il sangue calpestato».
 È un’impresa onesta, Lelè paga le tasse allo Stato, il nemico giurato di Don Vito. Le sorprese per l’ex capo dei capi non sono finite: Nunzia, interpretata da una fenomenale Carmela Buffa Calleo, la fidata domestica, seconda mamma di Lelè, è diventata una food blogger, conduce un programma di cucina ed indossa una vistosa parrucca bionda; il suo acerrimo rivale, Don Ciccio (Luca Fiorino), da killer a capo della sezione creativa dall’azienda; solo Turi (Tino Calabrò) gli resta fedele e lo esorta a riprendersi l’azienda e a ripristinare le antiche gerarchie. Tra schermaglie e colpi di scena, tra cui spicca la presenza incombente dell’avv. Pennisi (Francesco Bernava, che interpreta anche il maggiordomo di “Sua eccellenza”), legale rappresentante di una famiglia mafiosa rivale, Lelè e la sua banda di peculiari dipendenti, tra i quali la fidata segretaria Mary (Lucia Portale) provano e riescono a far vacillare e infine a scardinare in Don Vito quella malsana mentalità, fatta di pregiudizi e preconcetti, che crede che l’uomo sia uomo solo se “macho”. Alla fine, Don Vito, riuscirà a dare la sua benedizione alla relazione omosessuale di Lelè e Ciccio, perché «l’amore non ha confini».

Direzione musicale Francesco Pisano; Carlotta Bolognese per le coreografie, assistita da Giorgia di Giovanni; in scena anche il coro Bianco Suono, diretto da Agnese Carrubba e i ballerini della Marvan Dance Group, costumi di Rosy Bellomia, luci di Renzo di Chio, assistente alla regia Gabriella Caltabiano.