Patti, 2 ottobre 2008: otto anni fa moriva Adolfo Parmaliana, “morto per mafia”

Ad agosto un settimanale locale, a firma del direttore e dell’editore, titolava “Adolfo Parmaliana una storia finita e conclusa per sempre”: NO, non è vero e non ci stiamo!

Può essere finita, speriamo, la polemica ma non la Storia.

E la Storia non finirà, almeno per noi, sino a quando non verrà riconosciuto ufficialmente che il suicidio di Parmaliana è stato un “delitto di mafia”, fino a quando non sentiremo chiaro e forte il suo nome nel lungo elenco di vittime che “Libera” celebra giustamente ogni anno.

Esiste il reato di “istigazione al suicidio” ma ormai esso è prescritto ed i responsabili, togati o no, politici o avvocati, non possono più essere perseguiti.

Ma esiste la Storia, che non può fare sconti, che pretende verità: questo è il discrimine fra l’Anti mafia ufficiale e quella reale !

La storia

Una cartellina bianca, 33 fogli e una sentenza, un post-it con la dicitura «copie esposto Parmaliana da spedire». Al centro dell’inchiesta condotta dai pm di Reggio Calabria sull’ex procuratore generale di Messina, Franco Cassata, c’è l’invio di questo fascicolo. Un dossier creato da “ignoti” contro Adolfo Parmaliana, professore universitario, animatore di battaglie per la legalità in provincia di Messina, morto suicida il 2 ottobre del 2008.
Un plico rinvenuto casualmente nel novembre del 2010 nell’ufficio dell’allora procuratore generale di Messina. La Suprema Corte, respingendo il ricorso presentato da Cassata, ha confermato per il magistrato la condanna definitiva per «diffamazione pluriaggravata in concorso con esecutori materiali ignoti» nei confronti del docente messinese.
L’anonimo, come scrive il giudice nella sentenza di secondo grado del 29 settembre 2015 – sarebbe stato inviato a tre destinatari: il sindaco di Terme Vigliatore , Bartolo Cipriano ; il senatore Beppe Lumia, che aveva portato in parlamento le battaglie del professore e lo scrittore Alfio Caruso, autore di un libro sulla vita e sulla morte di Parmaliana, (“Io che da morto vi parlo”). Secondo i giudici, Cassata avrebbe contribuito a diffondere il dossier agendo per «motivi abietti di vendetta» contro Parmaliana e come «tentativo estremo» per bloccare l’uscita del libro dello scrittore Caruso. Una pubblicazione che – scrivono ancora i giudici – «nell’elogiare l’attivismo di Parmaliana nella cosiddetta società civile evidenziava l’inattiviamo del sistema giudiziario del distretto di Messina».

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