Antonello Pizzimenti nasce a Genova nel 1984 e nel 2002 consegue la maturità scientifica nel capoluogo ligure.

Profondo conoscitore di De Chirico e di tutte le sue opere, tra il 2016 e il 2017 elabora “La metafisca dell’anima”, opera inedita,dedicata a questo grande artista. Per quest’opera è stato insignito, nel mese di giugno, al Palazzo della Cultura di Catania, di una targa da finalista al premio internazionale “Giuseppe Antonio Borgese” da parte dell’accademia internazionale “il convivio”.

Antonello, cosa ti ha spinto a redarre un così impegnativo manoscritto su Giorgio De Chirico?

È la mia prima opera di questa portata; un giorno osservando attentamente la sua produzione artistica riaffiorarono in me ricordi delle scuole superiori. Avevo studiato Giorgio de Chirico sui banche di scuola ed ebbi un fiume di idee da sviluppare. Una peculiarità della produzione metafisica propria di De Chirico, i palazzi con le arcate, hanno richiamato alla mia memoria i tipici edifici italiani sorti nell’epoca fascista in Italia, in particolare in Piazza della Vittoria, a Genova, città dove sono nato nel 1984 ed in cui nel 2002 mi sono diplomato. Una delle opere più rappresentative “le muse inquietanti”, che comunque nel saggio non ho potuto inserire, possiede un elemento per me “commemorativo”: alle spalle di due manichini, uno seduto e uno in piedi, sullo sfondo si intravede un edificio che si può tranquillamente contestualizzare nel Palazzo dei Diamanti di Ferrara; il mio contatto visivo però, ha visto in quell’edificio il Miramare, uno degli hotel più lussuosi di Genova, sorto tra il 1906 e il1908 che sovrasta la stazione di Genova Piazza Principe e che ebbe illustri ospiti nei fasti di un tempo.

 

Qual’è la struttura di questo manoscritto e il messaggio che vuole lasciare?

L’opera intende far luce su uno dei più grandi artisti che ha vissuto a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo; nella prima parte di ogni capitolo è coperto da miei spunti personali nati da una analisi introspettiva dei quadri; la seconda parte, invece, è un richiamo ad argomenti multidisciplinari collegati ai titoli delle opere, dai cui titoli prendono nome anche i capitoli; ad esempio, in “la torre e il treno”, ho introdotto una breve cronistoria delle ferrovie italiane. Nelle celeberrime “Piazza d’Italia” ho inteso ripercorrere la storia delle più belle piazze del nostro Paese, da Piazza Duomo di Milano a Prato della Valle di Padova, passando per Piazza Navona di Roma e Piazza Santa Maria Novella; due capitoli del mio saggio presentano anche la città di Torino. Non mancano riflessioni filosofiche, mediche, con un capitolo dedicato allo studio delle fasi del sonno, e storiche.

Nella sua produzione De Chirico espone molti temi tra i quali l’abbandono: dove possiamo avvertire questo elemento?

Il pittore nacque nel 1888 in Grecia ragion per cui il richiamo alla classicità greca si avverte costantemente; non posso non citare la figura mitologica di Arianna; tutti noi ne conosciamo il mito: il suo amato Teseo si offrì volontario al fine di recarsi nel labirinto di Creta ed uccidere il Minotauro, figura mitologica metà uomo e metà toro, in quanto il mostro avrebbe dovuto divorare sette fanciulli e sette fanciulle. Arianna innamoratasi di lui, gli tese un filo grazie al quale Teseo ritrovò l’uscita del labirinto una volta entrato; questo gesto di amore, suo malgrado, non fu ricambiato poiché non appena Teseo portò via con sè Arianna, l’abbandonò sull’isola di Nasso. Tale gesto si può catalogare come l’abbandono per eccellenza; peraltro, la nostra lingua italiana da questo episodio mitologico ci ha consegnato il detto proverbiale “piantare in asso” proprio in riferimento al nome dell’isola nella quale Arianna era stata abbandonata al suo destino da Teseo. La figura mitologica riempie le atmosfere enigmatiche e silenziose di De Chirico; un’ Arianna triste e solitaria sembra quasi lanciare una richiesta d’aiuto allo spazio metafisico che la circonda.

 

Altro argomento fondamentale da trattare è il treno: come si contestualizza nel saggio e nella produzione metafisica dell’artista?

L’elemento ferroviario, così a me piace denominarlo, è un’eterna costante: il padre di Giorgio De Chirico, Evaristo, ingegnere ferroviario figlio del barone palermitano Giorgio Filigone De Chirico, noto per aver progettato le linee ferroviarie in Bulgaria, fu chiamato nell’ultimo ventennio dell’Ottocento nel capoluogo della Tessaglia, Volo, città natale del figlio pittore, dall’allora primo ministro greco Trikoupis a progettare la ferrovia di quella regione; le locomotive che solcano i silenzi delle opere e spesso si riconoscono dalla nube di fumo che emanano, rappresentano i ricordi, anche quelli in fondo un pò miei che ho viaggiato spesso in treno da Genova a Messina e viceversa durante la mia infanzia e adolescenza; l’artista, però qui fa un certo e chiaro riferimento al mestiere del padre. Il treno descrive la libertà interiore dell’uomo sempre alla ricerca di sè stesso e capace di viaggiare sia fisicamente sia metaforicamente con il cammino della mente e delle proprie idee.
Dovendo effettuare una riflessione più profonda, in De Chirico ho riscoperto anche un pò delle mie origini: la madre dell’artista, Gemma Cervetto, discendeva da una nobile famiglia genovese; il padre, appunto, aveva origini siciliane; il capoluogo ligure e la Sicilia, luoghi molto presenti nella mia vita, si ritrovano anche nella provenienza dei genitori dell’artista permettendomi di realizzare una sorta di empatia con la figura del maestro.

Come possiamo ritrovare il concetto di solitudine, guardando le opere descritte nel saggio in chiave introspettiva?

La centralità di questo argomento va analizzata con molta accortezza: le piccole figure che riempiono gli spazi vuoti altro non sono che esseri umani il cui bisogno primario inconscio è unirsi e ritrovarsi nell’oceano così grande della vita per comunicare e socializzare; una stretta di mano, un contatto anche solo visivo, presuppongono l’intenzione di avviare un dialogo permanente e la volontà di non interrompere i rapporti nonostante l’ambiente circostante ponga l’uomo in una condizione di incomunicabilità. La solitudine è, per un attimo, interrotta e vinta dall’accostamento delle figure umane: sembra quasi che si salutino all’arrivo o alla partenza di un lungo viaggio o, talvolta, che si scambino opinioni reciproche su esperienze di vita liete o meno, talvolta consolandosi a vicenda se necessario. L’enorme spazio delle piazze dei quadri, si riduce visivamente e psicologicamente di fronte alla vicinanza di due persone che lo riempiono. Le distanze morali e fisiche vengono abbattute lasciando il posto a sentimenti nobili come l’amicizia e l’altruismo. Del resto, perfino Aristotele nel IV secolo A.C afferma nella sua “Politica” che l’uomo è un animale sociale poichè ha l’esigenza di aggregarsi coi suoi simili in società,anche se questo approccio nascerebbe dalle più svariate esigenze.

Hai mai pensato di contattare la Fondazione De Chirico?

Mi hai letto nel pensiero, credo che la prima volta che mi troverò a Roma, farò in modo di ritagliarmi del tempo per bussare alla loro porta. Sarei entusiasta di far leggere loro la mia opera.