Evasione fiscale, corruzione, troppa burocrazia, lentezza della giustizia, crollo demografico, divario tra Nord e Sud, difficoltà a convivere con l’euro: sono questi i problemi ingombranti dell’economia del belpaese secondo Carlo Cottarelli, tema del suo ultimo libro “I sette peccati capitali dell’economia italiana” edito Feltrinelli, presentato ieri nell’Aula Magna del rettorato dell’Università di Messina. A presentare l’iniziativa il dott. Giacomo D’Arrigo, Presidente Comitato Fondazione di Partecipazione Erasmo.

Secondo l’economista, questi fattori interagiscono tra loro generando il tragico meccanismo a cui assistiamo da anni e che ha intorpidito il nostro sistema economico. Il destino, però, non è inesorabile. Cottarelli sostiene che un’inversione di rotta è ancora possibile. Basterebbe che uno solo di questi fattori migliorasse per generare una reazione a catena di miglioramento, essendo gli elementi strettamente correlati tra loro.

Oggi il reddito pro capite è simile a quello di vent’anni fa. Si tratta di una battuta d’arresto che mai si era verificata in Italia dall’Unità e che rappresenta un unicuum in Europa. La colpa, secondo il prof. Cottarelli, è di quei sette peccati capitali. Primo fra tutti, l’evasione: «L’evasione fiscale è al 26%— afferma Cottarelli — peggio di noi solo Romania e Grecia. Significa che l’Italia perde circa 130 miliardi ogni anno, il doppio di quello che spende per la pubblica istruzione».

Corruzione, eccessiva burocrazia e lentezza della giustizia sembrano gli elementi più strettamente collegati tra loro: la corruzione, infatti, prolifera nell’esubero di leggi. «Per quanto riguarda la burocrazia, l’Italia è al 51° posto nel mondo: regole macchinose e adempimenti di ogni genere costano 31 miliardi l’anno alle piccole e medie imprese, allungando i tempi di attesa, scoraggiando gli investimenti e rendendo le nostre aziende meno competitive sul mercato», dice il prof. Cottarelli.

I tempi della giustizia, poi, sono interminabili, soprattutto se paragonati a quelli degli altri stati europei. La durata media dei processi sino al terzo grado in Italia è di 7 anni e 8 mesi, contro i 2 anni e 2 mesi della Germania, i 2 anni e 3 mesi della Spagna, i 3 anni e 5 mesi della Francia e poco più di un anno della Polonia.

Anche il basso livello demografico contribuisce al collasso dell’economia. «Alcuni studi — dice Cottarelli — hanno dimostrato che c’è un rapporto tra giovani e produttività. Lo possiamo notare anche nella Nazionale di calcio. Un tempo c’erano molti più giovani calciatori, era più facile che tra questi ci fosse un campione». Il tasso di fertilità per donna è calato dal 2,5 degli Anni Settanta all’1,4 di oggi: con meno nati ci sono meno persone che entrano nel mercato del lavoro.

Il divario tra Nord e Sud, secondo Cottarelli, è diventato un problema dal 1880 in poi e da allora la “Questione Meridionale” non è mai stata risolta. «Gli indici dicono che c’è una differenza sostanziale nel funzionamento della Pubblica Amministrazione nelle varie aree del paese, anche per quanto riguarda i tempi giudiziari. Ovviamente anche al Sud ci sono eccellenze ma la giustizia civile, per esempio, in media, funziona meglio al Nord che al Sud. Io dico che questa cosa è inaccettabile».

Tutto sommato, però, questi problemi in Italia ci sono sempre stati. Eppure il reddito continuava a crescere lo stesso fino a vent’anni fa. Cosa è cambiato? La moneta: è entrato in vigore l’euro. «Ci siamo adattati male a convivere con l’euro — dice Cottarelli — Sono stati fatti degli errori nella gestione del passaggio dalla lira all’euro». Neanche uscire dall’eurozona, per Carlo Cottarelli, è una via percorribile: «Presenterebbe grossi problemi perché comporterebbe costi elevati legati al prezzo delle merci, alla diminuzione del potere d’acquisto, alla crescita dell’inflazione, ai pagamenti internazionali e così via».

Alla presentazione del volume hanno presenziato il rettore dell’Università di Messina prof. Salvatore Cuzzocrea e il prorettore vicario prof. Giovanni Moschella.