Che fine hanno fatto gli intellettuali? Con questa domanda lo storico Enzo Traverso intitolava un suo libro del 2014.

Armeli Iapichino

È un quesito legittimo, che alcuni oggi, tra i quali anche io, si pongono. Storicamente l’intellettuale è stato il guastafeste per eccellenza, colui che annunciava la verità contro il potere, denunciando malefatte e soprusi. Si pensi a Sartre, Arendt e Pasolini, per citarne alcuni. Oggi, nell’era post-ideologica assistiamo inerti ad un appiattimento teorico e morale, assistiamo ad un’eclissi e mercificazione della cultura, tutto puntellato da una politica che si nutre sempre meno di idee, di valori e di concretezza.

In questo paesaggio, però, non tutto è perduto, come luce in fondo al tunnel, il pensiero dissidente non è scomparso del tutto e si presenta raramente sotto una nuova articolazione tra produzione letteraria e del sapere, oltre che disapprovazione del potere. Proprio in questo quadro, il riconoscimento del contributo di chi riflette, di chi fa un “lavoro intellettuale” per intenderci, in Sicilia e più specificamente in provincia di Messina, l’ho rintracciato in un professore di filosofia, tale Luciano Armeli Iapichino, scrittore di pregevoli testi, nati dall’effervescenza di un’inquietudine che lo porta a non accontentarsi del grigiore della nostra contemporaneità, quanto piuttosto a rigettarlo ricercando e tracciando nuovi passaggi, nuovi percorsi intellettualistici, denunciando il malaffare e la prepotenza impernianti a livello locale e nazionale. La sua vivacità culturale è stata premiata con il Premio Internazionale Letterario e Artistico Elio Vittorini, al suo primo saggio “Il tiranno e l’ignoranza” (Armenio Ed. Brolo, 2009).

Pervaso da un profondo senso etico-filosofico, oltre che da una preparazione culturale degna di lode, Armeli possiede indubbie doti di narratore e comunicatore. Riesce a descrivere le diverse verità, con la stessa grazia di un pittore sulla sua tela. Per questo mi sono rivolta a lui, quale migliore interlocutore, genuino, lucido ed acuto interprete del nostro tempo.

 

Professore dove sono finiti gli intellettuali oggi? Qual è il loro ruolo?

Rilancio con un’altra domanda: gli intellettuali oggi rappresentano una bussola, un riferimento o una sagoma priva d’identità, una panchina sradicata? Se fossimo in Francia la risposta sarebbe più facile. Nella Grandeur gli intellettuali hanno sempre avuto quel giusto peso sociale tanto da condizionare la politica o influenzare l’opinione pubblica. Mi vengono in mente Zola nell’affaire Dreyfus, l’attivismo scomodo di Albert Camus, i polveroni mediatici alzati oggi da Bernard-Henri Lévy. E in Italia? Più che una crisi degli intellettuali, di cui stimo molto le analisi politico-filosofiche di Massimo Cacciari e l’ermeneutica sottile di Corrado Augias, registro una crisi dell’utenza, di interlocutori m (leggasi la gente comune) cui i “saggi” dovrebbero rivolgersi. Pare, ma sono mie considerazioni, che gli intellettuali nostrani, snobbati anche dalla classe politica, hanno un peso poco rilevante nella società italiana narcotizzata da interessi altri e più futili. L’intellettuale non è subodorato dalla gente come obelisco da osservare ai fini di un facile orientamento, né boa da tener sott’occhio nell’oceano tempestoso dei nostri tempi, dove tanto scorre e nulla resta o interessa. L’intellettuale non è avvertito come saggio: anzi ha la stessa o addirittura meno visibilità-social di chiunque, che pare di contro risultare più interessante per qualcosa di altro e di certo molto “meno” o quasi “nullo” in termini qualitativi. Tempi che cambiano. Deserto che avanza.

 

Che ruolo ha la cultura oggi e in particolare la filosofia?

La cultura è sulla stessa zattera degli intellettuali, condannata alle rapide del disinteresse. È da tre lustri che il trend sull’interesse per la lettura, ad esempio, cristallizza la sconcertante posizione dell’Italia quale fanalino di coda in Europa e la Sicilia tra le ultime regioni della penisola. Sulla metropolitana di Stoccolma sei persone su dieci ottimizzano il loro tempo dedicandolo alla lettura. È così in molti paesi del nord Europa, quelli che ai tempi del Vallo di Adriano, ideologicamente e paradossalmente erano definiti i “barbari” fuori dal limes dell’Impero. Oggi i processi evolutivi risultano viaggiare a ritroso alle nostre latitudini. E ancora, per utilizzare un’espressione di Tomasi di Lampedusa tutto questo patrimonio storico e artistico, tutti questi monumenti sembrano sostare, se non disturbare, da millenni come fantasmi muti in una società in decadimento. La “Grande Bellezza” di Sorrentino ha fotografato pienamente questo paradigma italico. Ma non voglio essere nichilista. Le nostre università, in molti casi, sfornano menti laboriose ed eccellenze creative che però si schiantano con il problema occupazionale. Sono “rubate” dalle altre nazioni, attente e pronte ad avvinghiarsi su bravi ricercatori, invisibili al sistema marcio o al servizio di un caporalato culturale, che frena il motore propulsivo del Paese. Il problema è sì migratorio, ma non quello becero populistico alimentato da certa umiliante, rozza, involutiva, limitante propaganda politica: è quello dell’esodo continuo della parte migliore di questa nazione, quella giovane, preparata, laureata e specializzata.

Quanto alla filosofia e al suo ruolo bisognerebbe sottoscrivere un’intervista a parte. Le riporto un esempio a mio avviso emblematico della percezione, che serpeggia in tempi di pensiero da Papete dominante, su questa materia “ghettizzata” nei licei o nelle prigioni inaccessibili ai più del sapere universitario e alla sua, di contro, concreta applicazione. In una scuola di indirizzo tecnico-professionale un Dirigente scolastico amava ribadire ai suoi docenti, che si trovavano dinanzi ad alunni poco inclini allo studio di qualche disciplina, di soprassedere su qualche voto negativo, che tanto anche l’eccellente Dirigente ai suoi tempi non amava la filosofia, la riteneva una perdita di tempo, un’insignificante disciplina, tra l’altro poco utile per il fluire dell’esistenza e senza la quale è possibile sopravvivere ugualmente. Ebbene in quell’istituto il Capo aveva demandato ai filosofi, prestati all’insegnamento di Lettere, i casi più problematici relativi alle assegnazioni delle classi e non solo. Significherà qualcosa. E significa che il filosofo ha in tasca quegli attrezzi ermeneutici, quelle chiavi di lettura del mondo, un mondo inteso come aula scolastica, come ufficio-reclutamento personale di un’azienda, come società del post-villaggio globale che spesso altri operatori non hanno o non vedono. I filosofi possono fungere da portatori di lanterna nei terreni aridi di idee, affollati da sterili monologhi e resi pericolosi dalle sabbie mobili limitanti delle arroganze. La filosofia è stimolo. E lo stimolo per sua natura ha nella maggior parte dei casi una connotazione positiva. Di rottura con asfissianti status quo.

 

In Sicilia, terra di culture e tradizioni anche di dominazioni passate, serve ancora ragionare in modo razionale, competente e serve imparare dal passato?

Armeli Iapichino

Una premessa doverosa: amo la Sicilia tanto da non averla mai abbandonata nonostante possibilità professionali in terre più socialmente organizzate. Mi scusi, secondo lei abbiamo mai ragionato (o almeno negli ultimi decenni) in modo razionale e competente? E ancora: la nostra storia millenaria ha funto da magistra vitae? Anche qui mi viene in soccorso l’amico Tomasi di Lampedusa: “I siciliani amano dormire e odieranno sempre coloro che cercheranno di svegliarli!” Nella terra delle mattanze dei giornalisti, dei magistrati, degli imprenditori che non si sono piegati al pizzo, dei bambini innocenti, delle forze dell’ordine, dei depistaggi, nella terra della mafia ieri e della zona grigia oggi, dell’antimafia di professione e potrei continuare all’infinito … cosa fa il siciliano? Persevera nel premiare con casse di consensi, con le sacrosante eccezioni, deputati indagati, evasori e/o con condanne sospese come spade di Damocle. In Sicilia pare che la necessaria rivoluzione culturale, tanto auspicata e promessa dalle classi dirigenti che si sono avvicendate, sia incompatibile con il DNA di questo popolo. Che è pure tanto laborioso. Questa è la terra della “stasi laboriosa”: un ossimoro, una contraddizione unica di questa terra in cui la fatica e lo sforzo dei siciliani onesti si scontrano con muri di criticità e paludi zavorranti e in cui la speranza della svolta è diventata realtà cronica e i verbi, paradossalmente e contrariamente alla tradizione dialettale, sempre coniugati al futuro. Soprattutto dalla classe politica. A queste latitudini il tempo non viaggia alle velocità della globalizzazione voluta dall’Occidente.  La filosofia dominante, per restare in tema di ragionamento, è quella della rassegnazione, celebrata positivamente dall’espressione dialettale “futtitinni”.

 

Il suo libro preferito?

Ho molti libri preferiti. Uno tra tutti: “I complici” di Georges Simenon. Un ecoscandaglio della mente umana quando è afflitta da un indicibile senso di colpa. Un capolavoro di uno dei maestri della letteratura novecentesca europea. Apprezzo molto anche Edgar Allan Poe.

 

Come si vede tra 20 anni?

Io ho avuto la “sfortuna” di passare tutta la vita in un’aula scolastica. Continuo a studiare all’università e ritengo, pertanto, che il mio destino sia ormai segnato: tra qualche decennio mi vedo o in una biblioteca/archivio pubblico, se nel frattempo non li avranno definitivamente chiusi, o nel mio studiolo a dialogare con i libri e i ricordi o, nell’ipotesi più plausibile, in qualche monastero a ricercare tra la penombra mistica e la luce dei classici, la fede in qualche Trascendenza. Ho da interpellare ancora qualche Padre della Chiesa. In tasca, comunque, porto sempre il mio inseparabile breviario: “Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano” di Giuseppe Pitrè.