A distanza di realtà

Di Giuditta Godano

È in corso già dal due maggio e si chiuderà l’otto, stiamo parlando della prima tappa della dodicesima edizione del Festival del cinema spagnolo. A battesimo nella Capitale dell’impero cinematografico nostrano, per l’esattezza nello storico cinema Farnese di Campo de’ Fiori, e ci suggerisce già dalla locandina che una lingua è di per sé il cuore di un continente. Ma il Festival ha un’anima negra, femmina e itinerante, si allungherà, infatti, fino alla Fondazione Horcynus Orca di Messina.
Molto diversa l’atmosfera che emanava da Rendez vous (n.d.r. Festival del cinema francese, diverse sedi fra le quali il Nuovo Sacher), per espressione di tensioni politiche, fondi investiti, presenze umane disincantate e assi stilematici da gran récit, appannato dalla caduta dei raccordi ideologici.
La grandeur parigina ha lasciato la città aperta, che ha risistemato la rotta, virando con la prua verso gli afrori della letteratura post coloniale. Cambia anzitutto las distancias, in quanto se un’opera vuole essere credibile stabilisce già attraverso l’inquadratura a quanti passi posizionarsi dai suoi personaggi. Icíar Bollaín ha aperto la rassegna con il lungometraggio Yuli, che sarà distribuito in autunno in Italia da Exit Media e ha vinto il premio come Miglior Sceneggiatura all’ultimo Festival di San Sebastiàn. La regista, con l’aiuto dell’abituale sceneggiatore di Ken Loach Paul Laverty, racconta la storia di Carlos Acosta, in arte Yuli, leggenda vivente della danza, che da piccolo si rifiutava di ballare. Obbligato dal padre, che vuole dargli un’opportunità per lasciare una Cuba attanagliata da decenni di embargo, giunge al successo mondiale diventando un performer paragonato per grazia a miti quali Nureyev e Baryshnikov. Il film esibisce piani ‘corti’, come li chiama la regista, una fotografia con chiare velleità di accesso al mercato internazionale (Àlex Catalàn), porta lo spettatore sulle tavole di scena, durante le prove dello spettacolo autobiografico di Acosta e con Acosta stesso, ammiccando ai cromatismi di scena di Bob Fosse e differenziando le ambientazioni proprio attraverso scale cromatiche distinte a seconda dei luoghi nei quali il ballerino si formò.
Lo sguardo combinato di regia-sceneggiatura-direttore della fotografia e film score ha bisogno di pattuire con i propri soggetti quale sarà la linea invalicabile tra liceità dell’indagine e verità interna al mondo degli stessi protagonisti. E in questo Festival chi guarda lo fa in modo duro ma con tenerezza, come nell’esordio di Nicolás Combarro con la collaborazione di Miguel Ángel Delgado, film d’arte più che documentario, efficace nella messa a nudo dei processi creativi di Alberto García-Alix, uno dei fotografi più importanti del panorama artistico europeo. Con un esito di intenso lirismo, raggiunto recuperando gli scatti intimi, e le esperienze di una generazione creativa quanto narcotizzata dalla scoperta di se stessa e dell’eroina.
In questo affatto esiguo universo geo politico trova spazio anche una rivisitazione, con il restauro a opera della Cineteca di Bologna, Memorias del Subdesarrollo (1968), di Tomás Gutiérrez Alea, film di potente cristallizazione emblematica, centrato sul rapporto tra borghesia cubana e rivoluzione, pellicola cult dalla conduzione bilanciata fra Nouvelle vague e realismo introspettivo. Ma Memorias non è l’unica pietra miliare incastonata fra la new wave columbiana e la solidissima produzione ispanica, così sensibile alle cordate di genere Lgbt (vedi l’altro asso della manifestazione Carmen Y Lola di Arantxa Echevarría, premio Goya come migliore opera prima e migliore attrice non protagonista).
Ogni opera, anche le prove prime, sono brani da compendio di tecnica e sguardo, forti della decisione di attraversare la frontiera fra la mente, la macchina da presa (o la camera digitale) e il fantasma di una storia interpretata dagli attori che percorrono un arco narrativo, arrivando alla fine di quest’ultimo trasformati. Questa edizione del Festival avvolge lo spettatore con i toni caldi del corpo e del Sud, già a partire dall’affiche di Esteban Villalta Marsi, uno tra i massimi esponenti della New Pop Art, la corrente che dagli anni Ottanta sta rigenerando l’estetica della Pop Art per riflettere sulle realtà politiche e sociali del nostro tempo. L’artista iconizza una chica caraibica in lacrime, con labbra carnose e un cuore lanciato fra le dita, dipinta su carta in stile japanese wallcraft, quasi a figurare quella radice del salto nel fantastico, cara al surrealismo iberico, che però solo iberico non è. Qui la lingua è il portato di un complesso universo semantico e non il suo limite. Perché lo spagnolo è uno dei primi idiomi parlati sul pianeta e non solo nella penisola iberica, pur divisa fra catalano e castigliano. La direttrice Iris Martin Peralta e il suo co-direttore Federico Sartori individuano ‘pensiero della differenza’ e ‘tema della diversità’ come le correnti che muovono il mare eterogeneo del Festival. E in ‘diversità’, antonimo di identità, bisogna leggere un centro e una periferia naturale della langue dalla quale omoaffettività, periferia, iattura della miseria, corruzione, o stretto avvicinamento alla morale dell’assassino, costituiscono il vero rovesciamento dell’obiettivo, che sembra puntare il suo fuoco alle spalle dei registi invitati a dire la loro su argomenti sempre aperti allo sbilanciamento prospettico. Così e solo così lo spettatore depone la sciabola del giudizio da poltrona, il pensiero manicheo, l’estetica acida del nemico facile da intrappolare, ed entra in punta di piedi nelle case fatiscenti di Madellein – Matar a Jèsus, seconda straordinaria prova di Laura Mora nonché opera autobiografica di grande suspence e introspezione; nelle baracche allagate di Entre dos acquas di Isaki Lacuesta, nella camera oscura e pur tuttavia al di qua de La linea de sombra, che parte da una crisi per svelare il punto chiave dello scatto. Ma ricordiamoci che shoot è tanto sparo quanto scatto della vecchia macchina fotografica analogica. Il potere di catturare l’immagine anestetizza anche il dolore, dice Alberto Garcia-Alix, durante il documentario tributo.
La lingua è come un’opera, quindi in qualche maniera Kunstwollen: casa, madre, famiglia, certe volte destino. La cinematografia del nuovo millennio invade il nostro ‘centro’, lo espugna, lo erode e mescola tutto con una autenticità disarmante: a distanza di realtà.

Nella foto, da sx: la direttrice del Festival Iris Martin Peralta, Giuditta Godano e il co-direttore del Festival Federico Sartori