Riceviamo e pubblichiamo da Luca Signorini:

Vorrei esprimere un parere a proposito della proposta di legge d’iniziativa degli Onorevoli Morelli, Maccanti, Capitanio, Cecchetti, Donina, Fogliani, Giacometti, Tombolato, Zordan, che si intitola “Disposizioni in materia di programmazione radiofonica della produzione musicale italiana”.   Estrapolo dall’annuncio che precede la proposta di legge alcune frasi: “Quanta musica italiana viene trasmessa dalle radio? Una apposita rilevazione condotta più di dieci anni fa certificava che la quota di musica italiana trasmessa dalle emittenti radiofoniche si attestava intorno al 35%, con una netta prevalenza del repertorio straniero…” e ancora “Data la necessità di sostenere con forza la musica italiana […] riteniamo sia necessario intervenire con la presente proposta di legge…”.

A me, quando alla parola “musica” si associano discorsi e propositi protezionistici e nazionalistici, vengono i brividi. Facendo un po’ di riesumazione letteraria, può essere divertente andare alla ricerca di alcuni pensieri utilizzati dalle politiche totalitarie e identitarie. Per esempio, eccola qua, una frase del 1806 di Ernst Moritz Arndt, sostenitore del nazionalismo germanico: “Per favorire una piatta borghesia mondiale abbiamo rinunciato alla nostra individualità nazionale: è giunto il tempo di essere nuovamente tedeschi!”.

Dato il carattere poco incline alla coesione e al senso di appartenenza degli italiani, la possibile deriva di tutto ciò è che dalla protezione musicale nazionale si potrebbe poi scivolare nella protezione musicale regionale, provinciale, comunale, mettendo infine mano al codice civile per puntualizzare le quote d’ascolto musicale indigeno e forestiero ammissibili tra conviventi.

Non mi è mai capitato, nella vita professionale – molto vasta e articolata, lo giuro – di ascoltare giudizi su musiche e/o musicisti italiani e stranieri, da parte di musicisti italiani o stranieri, che non fossero strettamente e unicamente ispirati al merito, oggettivo, tangibile ma anche legato ai legittimi gusti personali; mi chiedo quindi come si possano considerare la musica italiana e/o i musicisti italiani creature necessitanti di protezione dall’invasione dello straniero. Può darsi che, mentre il giudizio su una canzone di musica leggera sia considerato poco ancorabile a parametri esteticamente saldi (e cioè sia più difficile notare grandi diversità tra musicisti stranieri ed italiani, sicché la difesa del pentagramma made in Italy si giustifichi meglio – ma solo uno stolto ragionerebbe così, anche perché non solo le diversità ci sono eccome, ma le “diversità” sono squisito nutrimento per ogni creazione e fruizione artistica) valutare un bravo violoncellista come bravo e un pessimo violoncellista come pessimo sia più facile: nel senso che pensieri ignobili tipo “sei bravo ma purtroppo sei francese, sei bravissimo ma ahimé sei albanese, sei scarso ma fortunatamente sei italiano, sei una vergogna ma grazie a Dio sei della mia città” eccetera non mi hanno mai sfiorato e credo di poter parlare anche a nome di tutti i miei colleghi. Di qui la mia perplessità nei confronti della probabilmente legiferata protezione nazionalista, che sembra prescindere da sani criteri meritocratici.

Le barricate artistiche sono sempre state gradite dai regimi totalitari, pensiamo alla celebre Entartete Kunst, la mostra nazista sull’arte degenerata: beh tutto quel disastro è stato concimato anche dall’utilizzo improprio di pensieri come quello dello scrittore tedesco di cui sopra, pensiero che ha assonanza con la proposta di difesa armata (armata di sanzioni economiche per chi sgarra!) dell’italianismo musicale.

Lancerei ora un caldo invito agli italianissimi politici artefici della proposta di legge protezionistica: studiate la musica, applicatevi un’oretta al giorno su uno strumento musicale; non abbiate paura di sbagliare, di stonare; tormentate una chitarra o un pianoforte, un flauto o le vostre ugole, provate e riprovate a produrre una sequenza di suoni che abbia un senso. Insomma, sfogatevi facendo qualcosa di sano che vi metta a diretto contatto con le vostre inettitudini, inettitudini attraverso le quali tutti coloro che vogliono imparare qualcosa, qualunque cosa, devono passare. Più si soffre a suon di stecche, meno vengono in mente protezionismi artistici, ve lo assicuro.

Ph. ICKHEO, Il ritorno di Ulisse in Patria, Teatro Massimo di Palermo