“Et maintenant que vais-je faire, de tout ce temps que sera ma vie. E adesso cosa farò, di tutto questo tempo che sarà la mia vita”.

Si chiude con Gilbert Bécaud “Il Gabbiano” in scena al Teatro Vittorio Emanuele, ultimo spettacolo della stagione di prosa, che avrà una particolare appendice, dal 14 al 22 maggio 2019, con “La Cena”. 

Da “Avec le temps” a “Et maintenant”, con un “volo” tracciato da Anton Čechov e realizzato da Giancarlo Sepe, si conquistano spazi di immaginazione e di libertà che solo l’arte può offrire.

Non sempre facilmente. Quando venne messo in scena, nel 1896, il Gabbiano di Anton Čechov fu un insuccesso clamoroso di critica e pubblico. Il tempo dirà che si è trattato di un incidente di percorso, perché l’opera continuerà ad essere rappresentata sempre con maggiore successo, sino a diventare un caposaldo del teatro moderno ed essere unanimemente riconosciuta come un capolavoro.

Alla magia de “Il Gabbiano” non è sfuggito Giancarlo Sepe, che si è alimentato della forza introspettiva dei personaggi per ideare un affascinate sviluppo temporale e narrativo al dramma.

Il collante tra ciò che è stato scritto da Čechov e ciò che è stato creato da Sepe è un vero, inesauribile Cabotin, un Istrione, nato per jouer sulle assi di un palcoscenico: Massimo Ranieri.

Un protagonista ”aggregante” che, con parole e musica, compatta e plasma la storia che, proprio perché destrutturata, tenderebbe a perdere senso ed efficacia.

Kostja (Francesco Jacopo Provenzano) è un giovane scrittore incompreso che vive un rapporto conflittuale con la madre, Irina Arkadina (Caterina Vetrona), attrice al crepuscolo e madre anaffettiva. L’amore che è motore della vita, nel dramma, si sviluppa per sentimenti mal corrisposti. Tutto è fallimento, come l’amore di Kostja per Nina (Federica Stefanelli), che s’invaghirà dello scrittore Boris Trigorin (Pino Tufillaro), invertebrato “mai padrone della sua volontà”, a sua volta amato da Irina. E tra le nebbie di questi sentimenti si intravede l’infelice Maša (Martina Grilli).

Questo, per linee superficiali il racconto. Il colpo d’ali che cambia lo spettacolo è la creazione di un altro Kostja (Massimo Ranieri), non più giovane. È un uomo che ha percorso tutta la vita di cui l’altro si è privato, suicidandosi. Dall’alto del vissuto, ne conosce gli sviluppi, può guardare con accettazione ai conflitti, alle passioni furibonde, al tempo che non si può più sprecare “credendo di poterlo fermare”, come echeggia dalle note di Hier encore” che Ranieri, ascoltando la voce di Aznavour, riprende pensoso.

Il gabbiano è un simbolo di libertà. Non è solo la capacità di volare – che d’altra parte condivide con tanti altri uccelli – a farne il simbolo dello spazio senza confini, dell’agire senza imposizioni; è la capacità di coniugare la terra, il mare ed il cielo, senza che nessuno di questi elementi possa legarlo definitivamente a sè.

Lo stesso senso di libertà domina il lavoro di Sepe, è il tocco di un genio creativo trasmesso agli interpreti e da questi diffuso agli spettatori.

Simona Celi Zanetti

Fuggendo “La foule”, chi volesse volare così in alto ne ha la possibilità, domenica 14 aprile, andando a Teatro. Il baglio minimo è il desiderio di emozionarsi e, lasciando zavorre terrene, fare un viaggio dentro e fuori di sé.

Applausi a tutti gli interpreti ed a Simona Celi Zanetti che, dopo aver concluso un cartellone interessante e sfaccettato, è già all’opera per la prossima, attesa stagione.