L’attore entra in scena. Si siede ed inizia a sfogliare un giornale.

Le luci in sale sono ancora accese. Alcuni spettatori riconoscono l’attore ed accennano un applauso; altri continuano il rito del salotto, altri ancora – gli abbonati del ritardo – cercano, biglietto in mano, il posto assegnato.
Continua il brusio e l’andirivieni.  Sul palco la storia è già iniziata.

C’è qualcosa di inusuale: sipario aperto, luci accese, immagini che già da un pò vengono proiettate da un cubo che sovrasta la scena e una musica inquietante. Scorrono vicende drammatiche, come il caso Tortora, ma non c’è attenzione, tutto scivola nell’indifferenza generale, perché l’interesse è altrove.

Poi, le luci si abbassano. Stavolta il segnale è recepito da tutti: è iniziato “Il penitente” e siamo al Teatro Vittorio Emanuele.

Luca Barbareschi interpreta Charles, un noto psichiatra la cui vita viene stravolta da un’accusa “montata” ad arte dai giornalisti. Un suo giovane paziente compie una strage, uccide diciotto persone; quando la notizia perde appeal, l’interesse dei media si sposta sul medico, che viene accusato prima di omofobia e poi di indegnità professionale, per non avere voluto difendere il ragazzo. La macchia del fango lentamente ed inesorabilmente inghiotte la nuova preda; travolge chiunque non si scosti dal percorso disegnato per l’opinione pubblica. La moglie Kath, vuole capire e trovare la spiegazione di quel che accade. Impossibile, cederà psicologicamente alla pressione mediatica. Dalla parte del povero Charles c’è solo lui stesso e la sua ricerca di miglioramento attraverso difficili sentieri filosofici e religiosi.  Contro di lui, chi in apparenza dovrebbe toglierlo dai guai, l’avvocato Richard e chi veste i panni della pubblica accusa.

Otto scene, otto passaggi attraverso il buio. I dialoghi sono concitati, un contrappunto di pensieri che non può trovare una melodia.

In un crescendo drammatico vengono distrutte tutte le “certezze” narrative, sin allora costruite e l’habitus del penitente veste ogni personaggio. È una ragnatela di pensiero quella creata da David Mamet, tradotta e concretizzata in scena da Luca Barbareschi, Lunetta Savino, Massimo Reale e Duccio Camerini.

Volatile, impalpabile, ma che cattura ed obbliga alla riflessione. Un dramma che scorre per novanta minuti sul palco, ma, purtroppo, riproposto dalla storia tante volte. Troppe volte.

Basta ricordare.

Io sono innocente, lo gridano le carte, lo gridano i fatti. Io sono innocente. Io spero dal profondo del cuore che lo siate anche voi”.
Enzo Tortora, sette mesi di carcere e montagne di infamie. Innocente.

Sacrificio umano della religione del nulla.