La Palermo del 1866 è una città ben diversa da quella che aveva accolto trionfante le camice rosse Garibaldine , le quali entrarono in città senza sparare un colpo, grazie agli innumerevoli tradimenti da parte dei generali di Francesco 2°.
sette e mezzo 2Il 1866 paradossalmente invece l’ennesimo anno carico di delusioni da parte dei Palermitani che sempre di più delusi dal governo Sabaudo. Le promesse fatte al momento della cacciata dei Borbonici non solo non vennero mantenute ma la città e i Siciliani venivano trattati come barbari .
Gli anni che seguirono l’unità d’Italia furono caratterizzati nel meridione dal brigantaggio, che non era altro che una guerra civile tra il sud e il nord oppressore. In Sicilia questo fenomeno colpi solo marginalmente, perché ai siciliani ancora bruciava il trattamento repressivo della storica autonomia dell’isola da parte di Ferdinando 2° padre di Francesco ultimo re borbonico che passò alla storia come il re bomba, per avere soffocato nel sangue i moti autonomisti dell’Isola a partire dal 1848. I Siciliani quindi non avevano motivo per iniziare quella guerriglia sanguinosa con i savia che fu propria del meridione d’Italia dal 1861 fino al 1872.
Le cose però poco alla volta cambiarono a Palermo mano a mano che venivano a mancare le illusioni nate con il governo Sabauto.
La Palermo del 1866 era quindi caratterizzata da miseria, dal colera, da misure poliziesche esageratamente repressive, unite all’atteggiamento carico di disprezzo dei funzionari piemontesi che vedevano nei siciliani ma nello specifico nei Palermitani dei barbari. Disprezzo intollerabile per un popolo, quello siciliano, di antica civiltà che aveva nel passato fatto la storia delle arti e della letteratura . In quell’anno inoltre la situazione economica a Palermo si aggravò per il licenziamento coatto di numerosi dipendenti pubblici considerati in esubero, che erano il perno dell’economia palermitana. Economia già compromessa dal completo blocco dell’edilizia dovuta ai mancati investimenti in opere pubbliche da parte del nuovo Stato.
Gli animi dei Palermitani erano pronti a una rivolta contro questo Stato Unitario che trattava Palermo, la Sicilia e in genere il Meridione d’Italia come una colonia, da sfruttare e reprimere in tutti i campi, per ultimo ma non per questo meno importante, anche culturalmente. Sin dai primi anni dell’Unità che si cercò da parte dei conquistatori del nord di eliminare sin dalle radici la cultura e le tradizioni nello specifico, Siciliane.
Le sette giornate Palermitane del 1866 furono un’attestazione palpabile di un’unità nazionale attuata in malo modo che permise un’alleanza assurda tra nostalgici Borbonici, Democratici che erano i radicali Garibaldini, con gli indipendentisti siciliani. Questa alleanza ci fa capire che alla rivoluzione, se pur limitata a Palermo e al suo circondario, parteciparono in maniera massiccia non solo i ceti benestanti ma l’intera popolazione in maniera unita e senza divisioni. La scintilla fù l’introduzione della tassa di monopolio sul tabacco, la Sicilia ne era stata sempre esente e delle ottuse limitazioni alla popolarissima festa di Santa Rosalia.
Il 16 Settembre del 1866, dopo alcuni giorni di tumulti che furono un’anticipazione di quello che doveva seguire, durante la notte numerosi gruppi armati dalle montagne scesero in una città sguarnita di truppe perché impegnate nella terza guerra d’indipendenza. All’alba la città fu pervasa da barricate al punto tale che le esigue truppe rimaste con in testa il Prefetto Torelli e il sindaco DI Rudinì si barricarono per sette giorni,sino all’arrivo dei rinforzi, presso i locali del palazzo reale attuale sede dell’ARS. I numeri parlano chiaro oltre 4000 rivoltosi palermitani aiutati da altri volontari che la storiografia ufficiale chiamò banditi arrivati dalla provincia come Monreale, occuparono la città. La rivolta si estese a tutta la provincia Palermitana addirittura sino Missilmeli ,la storiografia ufficiale parla di parecchie migliaia totalmente appoggiati dalla popolazione Palermitana. Una settimana dopo il 23 settembre iniziò la rivincita dei sabaudi comandati da Cadorna reduce dalle sconfitte Austriache forte di 40.000 uomini con l’appoggio della marina entrò in città dichiarando la legge marziale che durò fino a novembre inoltrato dello stesso anno. Gli scontri e il bombardamento navale costò ai militari oltre 200 perdite. Da ricordare che il re Vittorio Emanuele II quando seppe della rivolta mandò un messaggio al Presidente del consiglio di allora Bettino Ricasoli “di non avere pietà di quella plebaglia” messaggio scritto in lingua Francese che era la lingua ufficiale ancora per tutti gli atti di casa sabauda ,nonostante fossero Re d’Italia. La repressione fu durissima si parlò di oltre 10.000 caduti, tra la popolazione civile oltre alle distruzioni, da evidenziare che ci furono pochissimi processi proprio per mettere a tacere i fatti, però le esecuzioni sommarie non si sono contate. Prima dell’assalto ci furono tentativi di mediazioni da parte del corpo diplomatico presente a Palermo, ma Cadorna li respinse tutti, si voleva dare una lezione non solo ai Palermitani ma anche al resto della Sicilia dove i moti di rivolta sulla linea palermitana furono soffocati a stento sul nascere.
La commissione d’Inchiesta che ne scaturì dopo anni di omissioni e partigianeria alla fine concluse i suoi lavori in maniera obbiettiva per bocca di Sidney Sonnino : “La Sicilia lasciata a sé troverebbe il rimedio: stanno a dimostrarlo molti fatti particolari, e ce ne assicurano l’intelligenza e l’energia della sua popolazione, e l’immensa ricchezza delle sue risorse. Una trasformazione sociale accadrebbe necessariamente, sia col prudente concorso della classe agiata, sia per effetto di una violenta rivoluzione. Ma noi, Italiani delle altre provincie, impediamo che ciò avvenga. Abbiamo legalizzato l’oppressione esistente; ed assicuriamo l’impunità dell’oppressore“

Giuseppe Nicotra