I genitori ci hanno consegnato il linguaggio, gli insegnanti la scrittura. A noi tocca il compito di trovare le parole o smarrirle. Creare e salvarsi, per quanto ciò che si perde sia in Dio – direbbe Giorgio Agamben -, di conseguenza vincere, oltrepassando un limite inesplorato come fatto privato o trionfare, in presenza di un pubblico plaudente, piegandosi alla vulgata dell’esibizione dei propri talenti. All’Accademia Nazionale di Danza di Roma, sull’Aventino immacolato, ci hanno costruito un Festival sul peso delle parole (lungavitafestival.com), con un palmares che conta Stefano Massini (1975), scrittor di suadente oratoria, cantastorie dalle velleità derivanti da quella linea della letteratura di strada e di piazza che nel nostro Nord ovest contava Giulio Cesare Croce. Ma il tricks, lo scemo sacro, il giullare eretico, ha lasciato il posto allo scranno televisivo, così quando la luce lampeggiante della camera Hd si accende, l’uomo smette di essere ‘pieno’ e diventa, ipso facto, personaggio, schermo di vetro traslucido. Non ne possiamo vedere gli organi poiché vi ha rinunciato, tuttavia godiamo della sua eloquenza, dell’invenzione e poi, sopra ogni cosa, della seduzione. Lo spettacolo di Massini attinge, più o meno consciamente, alla Trilogia di New York di Paul Auster e alle battute seminariali di Giorgio Agamben in Nudità (2009): me lo si permetta, qui non citiamo, si tratta di individuare i nani sulle spalle dei giganti. Lo spieghiamo per quanti non abbiamo gli stessi riferimenti bibliografici: con la cacciata di Adamo dal Paradiso non si affacciano solo nudità e vergogna, ahimè si divarica il diastema, la pausa, tra termine designante e cosa designata; significante e significato. Una certa arte dell’affabulazione non difetta al toscano, che s’inerpica dal morosismo al cannelopusismo al rosababellismo, e ancora al writghtsmo: aneddoti. La morale è: dedurre nuove parole dalla complessità dell’esperienza ci permette di restare vivi m anche di morire con garbo. Fiat voluntas dei.