MEMORIA E GRATITUDINE PER IL SANGUE FILIALE EROICAMENTE VERSATO

I combattimenti della tragica e fiera insurrezione messinese del 1° settembre 1847 si conclusero, verso le ore 20, con la formale sconfitta dei rivoltosi, male armati e senza guida, di fronte alla marcata superiorità delle truppe borboniche.

La città, scrive Giacomo Crescenti nelle “Istorie messinesi”, “rimase in pieno squallore: pattuglie numerose la dominavano; e il gridare, a ogni lieve romore, della soldatesca, che invitava i cittadini a rispondere, spaventava le famiglie, chiuse e tremanti nelle loro abitazioni”.

MESSINA E LA REAZIONE BORBONICA DEL 1847 01 Il 3 settembre Ferdinando II, per rendere più immediata ed efficace la reazione, nominò il maresciallo Landi “Commissario del Re con tutte le facoltà dell’Alter Ego nella provincia di Messina”. Il Landi subito decretò lo stato d’assedio e fece eseguire numerose carcerazioni. Volendo procedere con assoluto rigore, il 21 settembre esautorò anche il potere della Gran Corte Civile (cui erano rivolte in appello le istanze del Tribunale Civile), che fin dal 1821 svolgeva funzioni di Gran Corte Criminale per i delitti politici, e istituì una Commissione Militare che nei confronti dei rivoltosi, riporta Salvino Greco nelle “Storie messinesi”, formulò l’accusa di “attentato per oggetto di distruggere e cambiare il governo, e di eccitare i sudditi del Regno ad armarsi contro l’autorità reale. Reato commesso in Messina il dì 1° settembre 1847”. L’8 settembre emanò un proclama nel quale invitava i cittadini a denunciare il rifugio degli insorti, soggiungendo: “i nomi dei denunciatori saranno sepolti negli arcani della polizia, e proporzionata all’utile che avranno dato sarà la pronta ricompensa”.

MESSINA E LA REAZIONE BORBONICA DEL 1847 02 Quasi tutti gli arrestati furono sottoposti a forti restrizioni e qualcuno anche a tortura. Gli indiscriminati arresti portarono alla Cittadella anche uomini innocenti, e pur se la giustizia borbonica si sforzò per ognuno di stabilire la verità, non tutti i diritti dei carcerati furono rispettati. “I maggiori tormenti”, scrive Giacomo Crescenti, “e tali che pietà farebbero ai più inumani, furono sofferti dai sacerdoti: l’abate Giovanni Krimi, il sacerdote Carmine Allegra, i cappellani Simone Gelardi e Francesco Impalà di Massa Santa Lucia, l’eremita Nicola Basile, furono orribilmente tormentati; ma stettero saldi agli spasimi”. Evidenzia Salvino Greco che il sacerdote Allegra, direttore del giornale Scilla e Cariddi, “veniva ogni giorno tratto al castelletto bendato, per strappargli sotto la minaccia della immediata fucilazione i nomi dei correi”, ma ai borbonici rispondeva secco: “Tirate! Non ho che dirvi!”.

Il giovane Giuseppe Sciva, giudicato dal Tribunale Speciale, fu condannato a morte e la sentenza fu eseguita sul piano Terranova il 2 ottobre 1847, mentre il sac. Giuseppe Krimi vedeva commutata la sua sentenza di morte in ergastolo. Il terzo imputato di quella sentenza, il pastaio Giuseppe Pulvirenti, fu invece liberato in novembre, per sopravvenuta grazia.

MESSINA E LA REAZIONE BORBONICA DEL 1847 03 Una “Lista di Forbando preparatoria” fu emessa il 30 novembre a carico di Antonio Pracanica, Antonio Caglià-Ferro, Paolo Restuccia, Antonino Miloro, Andrea Nesci, Girolamo e Vincenzo Mari, Luigi Micali, Salvatore Santantonio e Francesco Saccà. Costoro, era specificato nel bando, potevano essere “impunemente uccisi, non soltanto dalla forza pubblica, ma da qualunque altro, ricevendo gli uccisori un premio di ducati trecento di ognuno dei Fuorbanditi, e di ducati mille chiunque procederà all’arresto di uno di essi”. Nessuno però, sottolinea Giacomo Crescenti, fece denuncia, nessuno stese la mano all’infame prezzo del sangue; ed i proscritti, assistiti, protetti, soccorsi ed onorati, uscirono salvi dalla Sicilia, prendendo la via dell’esilio. La maggior parte dei patrioti ricercati dal governo borbonico, scrive Matilde Oddo Bonafede nel “Sommario della storia di Messina”, si erano nascosti nelle case di poveri contadini, piene di donne e di fanciulli, e nessuno vi fu che per l’avidità del premio o per imprudenza, rivelandolo, violasse la santità dell’asilo; vi era chi divideva il suo scarso pane con gli ospiti e chi, dopo una giornata di penoso lavoro, vegliava durante le notti per avvisarli dei pericoli.

MESSINA E LA REAZIONE BORBONICA DEL 1847 04 Le parole di Salvatore Calleri in “Messina moderna” danno l’esatta visione del comportamento e del trascinamento della popolazione messinese negli eventi del 1847 e rendono il giusto merito anche a chi, agendo nell’ombra, ha contribuito a salvare i patrioti scampati ai combattimenti condividendone gli ideali: “La popolazione non prese parte al moto, perché non era stata messa a parte dei propositi dei rivoluzionari, ma nascose, aiutò, rifornì di danaro e avviò all’espatrio i patrioti. Nessun messinese di macchiò di delazione o si lasciò consigliare al tradimento da cospicue ricompense in danaro. Il popolo condivise i motivi ideali della generosa dimostrazione: infatti, cinque mesi dopo, fu protagonista della lotta per l’indipendenza della Patria, che durò dal 29 gennaio all’8 settembre 1848”.

MESSINA E LA REAZIONE BORBONICA DEL 1847 05 Grata e memore del generoso sangue filiale eroicamente versato, la città di Messina volle consacrarne alla storia patria il ricordo mediante una lapide che, posta nell’atrio del palazzo municipale, recita: “Caduti nella mischia / De Francesco Paolo / Grillo Giovanni / Scotto Nicola / Condannati con sentenza militare / 1° ottobre MDCCCXLVII / Sciva Giuseppe / Krimi Sac. Giovanni / Pulvirenti Giuseppe / Fuorbanditi dalla lista / XXX settembre MDCCCXLVII Pracanica Antonino / Caglià Antonino / Restuccia Paolo / Miloro Antonino / Nesci Giovanni e Andrea / Mari Girolamo / Micali Luigi / Mari Vincenzo / Santantonio Salvatore / Saccà Francesco”. Altra lapide, dettata da Tommaso Cassisi , così si esprime: “Nel cinquantesimo anniversario / del 1° settembre MDCCCLVII / Il Comune / per civico lustro / qui nella sua maggior sede / volle scolpiti / i nomi dei più gloriosi eroi / di quell’epica riscossa / che dettero la vita o ne sfidarono il periglio / per raccendere / nella coscienza delle ignave moltitudini / il sentimento di patria / spentovi da secolare tirannide”.

Parole che rimarranno sempre scolpite nella mente e nel cuore di ogni cittadino messinese, il quale in ogni tempo, in ogni luogo ed in ogni momento non potrà che essere fiero delle gesta con le quali i propri fratelli hanno scritto, nel corso dei secoli, gloriose pagine della magnifica storia della città del Peloro.