«Chi sono io quando pezzi interi della mia esistenza cominciano a scivolare via? Cosa resta di me?»
Michela Marzano, professore ordinario di Filosofia Morale dell’Università Paris Descartes, a questa domanda risponde con “Idda”, il suo nuovo romanzo pubblicato in gennaio edito Einaudi, presentato oggi con il giornalista Francesco Musolino nei locali della Libreria La Gilda dei Narratori.

“Idda” è la storia di Annie (suocera di Alessandra, la protagonista) una donna che viene ricoverata in una clinica per una progressiva perdita della memoria. È anche e soprattutto la storia di Alessandra, che la memoria l’ha intenzionalmente sotterrata e che proprio grazie ad Annie — che sta lentamente perdendo parti della sua vita e sta aggrappandosi alle memorie più essenziali della sua esistenza — che riscopre in se stessa la capacità e il coraggio di guardare al passato, tornando là dove tutto è cominciato: il Salento, la sua terra natia che ha abbandonato dopo un drammatico evento che ha sconvolto la sua vita.

«Ci sono delle piccole pietre di verità incastonate in questa storia — ha detto Michela Marzano — Non ci sono parole che tradiscono neanche per un istante quello che io avevo vissuto». Anche la suocera della professoressa Marzano, Renée, la madre di suo marito Jacques, scomparsa lo scorso ottobre, è stata colpita da una perdita progressiva della memoria. «Volevo che Jacques riconoscesse quello che avevo vissuto».

«Il passato non passa mai — afferma Michela Marzano — ci sono delle cose che non si possono dimenticare nonostante tutti gli sforzi che si possono fare per dimenticarli». Alessandra, che da anni ha condannato il suo passato ad una damnatio memoriae, questo lo scoprirà a sue spese, quando toccando la camicetta della suocera per liberare gli armadi della casa messa in vendita si ricorderà di sua madre, che la chiamava affettuosamente “puddhricina”, pulcina.

Alessandra scoprirà grazie alla malattia degenerativa della suocera, Annie, che ognuno di noi ha diritto al decadimento, a non essere sempre all’altezza delle aspettative altrui.
«Ognuno di noi ha diritto ad essere “meno” — continua la Marzano — Io dico sempre che questo romanzo è un elogio del “meno”. Quando noi ci guardiamo allo specchio, ci scopriamo sempre meno: meno spiritosi, meno belli, meno intelligenti, meno sensibili, meno efficienti. Invece passiamo l’esistenza a cercare di essere “più” perché viviamo in un mondo che ci chiede sempre di più».

Di fronte ai ricordi di Annie che scompaiono, Alessandra noterà, grazie alla dottoressa, che tutti i pazienti che soffrono di perdita di memoria, sono accumunati da un’unica caratteristica: «La dottoressa ha detto che l’unica frase che non scompare mai è “ti amo”; è quella che scelgono i pazienti quando chiede loro di scrivere su un foglio la frase che preferiscono, anche se della propria esistenza non ricordano più nulla. È come se solo l’amore potesse ancora tenerli in vita.»

Dalla domanda filosofico esistenziale sull’identità (chi sono io?), l’autrice viene interrogata da un altro quesito, un tema che la sceglie, ancor prima di essere lei a sceglierlo: quello dell’identità quando la memoria vacilla. «Io scrivo sempre e solo se c’è un urgenza — dice Michela Marzano — è la mia vita che mi impone di scrivere di determinati temi, io posso solo sottomettermi».