(a mia madre per la festa della mamma)
Di Sergio Pensato
C’è nell’aria il torpore di ciò che non si ottiene mai. Tace alto il paesaggio del cielo…” [ Fernando Pessoa]

mi son lavato e vestito con un po’ più di attenzione
e ho indossato la bomba come biancheria nuova
ho fatto un’altra strada
così con tutte le mie piume al vento sono quasi niente
la beatitudine è in quel poco più di niente
il soffione si libera del suo fardello incosciente
e l’iride lo sospende al di là pure se è sul palmo della mano
Mater dulcissima quel nostro accanto più del corpo
non forza o volontà in amore ma compiuto nella essenza
e i tratti schiariva e le mani nel tinello la convalescenza
da un passaggio di battaglie ove un regno prima delle cose
ora il piccolo carcere di stoviglie ridato all’esistenza:
non era soffermarci nella nebbia che il mattino disperde
con futili pensieri e la gioia che acceca una stella lontana
dimentichi d’ogni discendere e a venire un nembo
grande con le tue dita rovinate e il seno che allattava
la tua bocca da ragazza
tutto è cura
piuma o sasso non offenderanno la terra
salda la sua dimora nel cuore degli uomini
e la virgola nera brilla minuscola nel pugno
la montagna s’è seduta sulla pioggia
il mare è colmo
le immagini si rimettono una ad una

ho separato lampo e tuono come due prede incestuose

facevi un gioco coi soffioni del giardino
per gli anni da rubarmi in un reciproco quadro
non toccarli sono gli spiriti dei cari
e come alitavi dagli abbaini la luce risaliva
non c’è un allora e nemmeno provai
il puro assoluto che rigetta l’ombra e richiama
poi che annienta il verme e si espande
non la lenta consumazione
è follia forzare questo pazzo mondo
di un passo fuori dall’orbita
né lacrime né illusione da sé redimono
benedetto il nulla che mi sospende
dall’inquietudine che l’eternità sia fatta di istanti